L’Europa chiama, ora l’Italia deve rispondere

L’Europa è stata tenuta fuori dall’operazione israelo-statunitense contro la Repubblica islamica dell’Iran. Lo hanno ammesso più o meno tutti, forse c’è qualche eccezione coperta, ma di fatto è così. Per questa ragione ha un senso solo di polemica domestica l’insistita accusa dell’opposizione italiana contro il governo perché nulla sapeva di preciso sull’attacco all’Iran, tanto che addirittura il ministro della Difesa si trovava inconsapevole e isolato a Dubai dove cadevano i missili di Teheran.
È questa indubbiamente una facile arma, da parte delle sinistre, soprattutto perché la narrazione di Palazzo Chigi in questi anni ha insistito su un asserito nuovo protagonismo internazionale dell’Italia di Giorgia Meloni anche per effetto della «special relationship» con Donald Trump. Queste bordate di pura propaganda da una parte e dall’altra hanno il solo effetto deprimente di ricacciarci in quel complesso di inferiorità («Non contiamo nulla! Neanche ci telefonano!») che ci affligge da sempre con qualche eccezione personale del passato, Andreotti, Draghi, e pochi altri.
Accertato che la funzione di «ponte» con Trump è data a nessuno, nemmeno più agli inglesi, forse varrebbe la pena di volgere lo sguardo alle mosse delle principali capitali europee che, dopo essere state ignorate, hanno preso una qualche iniziativa: Macron ha parlato di deterrenza nucleare da estendere dalla Francia ad altri partner, e hanno risposto in otto a cominciare dalla Germania, ma non l’Italia; e intanto Macron, Merz e Starmer hanno insieme annunciato iniziative difensive in un formato in cui, di nuovo, l’Italia non c’è e – spiegano autorevoli diplomatici di casa nostra – non c’è per scelta, non perché esclusa.

Ora viene da fare questa considerazione. Il governo Meloni ha costruito la sua «legittimità» politica internazionale con una postura estera senza tentennamenti: insieme agli Stati Uniti di Biden a difesa dell’Ucraina, schierata contro l’aggressione di Putin, e dichiaratamente affidabile in sede europea (contro tutte le previsioni di Bruxelles). Questa linea pareva rafforzarsi alla rielezione di Trump: la consonanza politica era troppo forte per sfuggire alla tentazione della destra italiana di cercare di «fare da ponte» tra le due sponde dell’Atlantico.
Ho presieduto due riunioni di governo dedicate agli sviluppi della crisi in Medio Oriente. Al primo incontro hanno partecipato il Vicepresidente e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, il Ministro della Difesa Guido Crosetto, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica…
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) March 3, 2026
Ma Trump abbiamo capito che va per la sua strada in una logica imperiale che poco considera gli alleati, che ha in uggia l’Europa, che non concede patenti a nessuno, e quando lo fa è pronto istantaneamente a ritirarle a suo gusto e piacimento (del resto a Washington vanno pazzi per le similitudini con l’Impero Romano). Tutto ciò ha prodotto nel governo italiano e nella premier una incertezza che in questa vicenda drammatica dell’Iran si sta mostrando in tutta la sua problematicità. L’ultima intervista televisiva di Meloni da questo punto di vista poco ha aggiunto, ha solo confermato che l’Italia si sente su una lastra di ghiaccio dove è facile scivolare se non peggio.
Ma se i maggiori Paesi dell’Europa – non la Commissione, anch’essa imbambolata intorno a formule di rito – qualcosa stanno facendo, allora tanto vale riunirsi a loro facendo pur valere il giusto peso che almeno nel contesto europeo l’Italia può vantare. Quando i missili arrivano a Cipro e i prezzi dell’energia schizzano in alto silurando le nostre economie occorre dare prova di realismo e giocare nel campo in cui è si è, non in quello in cui si vorrebbe essere. Andreotti docet.
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