Esiste una Biennale di Venezia al di là delle polemiche

Questa mattina la manifestazione Pro-Pal contro Israele e la protesta anti-russa delle attiviste Pussy Riot e le ucraine Femen. Il nostro viaggio tra le curiosità
Giovanna Capretti

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Biennale di Venezia 2026: le immagini
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Biennale di Venezia 2026: le immagini

Che si tratti di materia grezza da plasmare (nelle sculture astratte di Alma Allen nel padiglione degli Stati Uniti, senza infamia e con poca lode); di mistica della cabbala nel continuo creare e ricreare il mondo (la piscina su cui sgocciola acqua ad intermittenza, creata da Belu-Simion Fainaru per Israele); o di energia cosmica da incanalare sulla terra attraverso le «radici nel cielo» di un metaforico albero della vita nell’installazione russa, le tre attuali e più contestate grandi potenze mondiali hanno scelto – per presentarsi alla Biennale di Venezia – di schivare il tema politico.

Confermando che la politica ha paura dell’arte indipendente, e preferisce affidarsi, negli spazi gestiti direttamente dai governi secondo le regole della kermesse, al cosiddetto «soft power», il potere soffice di una generica adesione ai valori della pace universale, che tutti predicano e nessuno pratica. Rispondendo all’invito della curatrice della mostra principale, la prematuramente scomparsa Koyo Kouoh, a lavorare «in tono minore» (ne parleremo nei prossimi giorni), ma interpretando l’appello all’ascolto e al dialogo come affermazione del proprio ego.

Le proteste

Così, di questa Biennale si ricorderanno soprattutto le polemiche (sulla partecipazione della Russia, sulle dimissioni della giuria internazionale, sul conflitto tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco) e le proteste.

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Questa mattina i Pro-Pal hanno manifestato davanti al padiglione israeliano, mentre le attiviste russe Pussy Riot e le ucraine Femen hanno costretto a una temporanea serrata il padiglione russo, dove fino a venerdì procederanno le performance teatral-musicali degli artisti vicini al governo di Putin. Dopo la musica dalla Buriazia, oggi è stato il turno della techno sparata a tutto volume. Il pubblico potrà vederne le registrazioni, da sabato a mostra aperta e padiglione chiuso.

Le opere

L’Ucraina risponde con il suo Origami Deer, la scultura a forma di cervo di Zhanna Kadyrova, creata nel 2019 per un parco nel Donetsk e poi trasferita all’arrivo dei russi. Dopo tappe nelle capitali europee è arrivata a Venezia, sospesa ad una gru in attesa (forse) di tornare nel luogo d’origine, simbolo insieme di fragilità e resilienza.

Le foto di Origami Deer, l'opera dell'Ucraina alla Biennale - Foto di Andrea Avezzù / courtesy La Biennale di Venezia
Le foto di Origami Deer, l'opera dell'Ucraina alla Biennale - Foto di Andrea Avezzù / courtesy La Biennale di Venezia

E mentre anche la Cina, l’altra superpotenza «silente», lavora attorno al concetto di «Dream Stream», tra scienza ed oracolo per indagare i fenomeni che uniscono terra e cielo, altri Paesi scelgono invece di affrontare direttamente temi d’attualità. Di guerra parla la Germania, che nel padiglione dalle forme nazi-razionaliste rilegge nell’installazione di Henrike Naumann un secolo di storia attraverso arredi ed oggetti d’uso quotidiano: dalla guerra al dopoguerra, alla caduta del muro fino all’attuale allerta pre-belligeranza, è il «Fronte interno» ad essere indagato, tra paura del conflitto e conflitto con il diverso.

Per la Gran Bretagna, Lubaina Himid crea coloratissimi pannelli che illustrano scene di vita e lavoro quotidiano in cui protagonisti sono i migranti, e affida a domande trabocchetto la riflessione su cosa sia «casa» per chi si trova nella terra di mezzo tra Pese natale e nuova patria. Concettuale il padiglione francese, dove Yto Barrada chiama in scena Saturno, il pianeta che governa la melancolia degli artisti ma anche il dio che divora i propri figli, lavorando sulla tessitura e la tintura per raccontare di creazione e dissipazione.

Le curiosità

Ai Giardini tra gli spazi più curiosi ci sono quello del Giappone, che Ei Arakawa-Nash ha riempito di bambolotti che piangono, chiedono cura e si arrampicano su un’impalcatura da cantiere, forse simbolo di una umanità in costruzione. E la Grecia dove Andreas Angelidakis (che nella nostra città ha installato colonne classiche nella stazione metro di Brescia Due) crea una escape-room con i suoi frammenti archeologici in soffice gommapiuma. Poi il padiglione della Polonia (Bogna Burska e Daniel Kotowski) che mette a confronto linguaggio dei segni e lingua delle balene. E quello della Spagna (Oriol Vilanova) rivestito da migliaia di vecchie cartoline tra gioco di memoria e sovrabbondanza d’immagini nel nostro universo digitale.

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