L’estate dei selfie fotografa l’evoluzione del vivere sociale

Massimiliano Panarari
Autoriprendersi ovunque è diventata quasi una necessità che sta causando persino cadute e incidenti
Un selfie - © www.giornaledibrescia.it
Un selfie - © www.giornaledibrescia.it
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Ci sono consuetudini che hanno l’abilità di mutare, adattandosi a tempi e contesti differenti. Da alcuni anni, nel novero dei «costumi» è entrato senza dubbio anche l’autoscatto fotografico, comunemente e universalmente conosciuto come «selfie» – e che diventa «usie» (da us, «noi» in inglese) quando il soggetto è collettivo, e si auto-riprende in un’immagine di gruppo.

Si tratta di una storia che si potrebbe ormai definire di lunga durata, dal momento che a portare la tradizione pittorica dell’autoritratto nell’ambito fotografico fu, già nel 1839, l’americano Robert Cornelius, il quale decise di auto-immortalarsi tramite un dagherrotipo nel retrobottega del suo negozio di lampadari di Philadelphia. Un po’ di tempo dopo a farsi il primo selfie allo specchio fu l’allora quattordicenne figlia minore dello zar, Anastasia Nikolaevna Romanova, appassionata di fotografia. E, in seguito, «arrivò il diluvio», anche se per farne un’abitudine di massa e globale si è dovuto attendere la diffusione delle fotocamere digitali dei telefoni cellulari.

L’odierna «estate dei selfie» presenta una variante singolare (e con non trascurabili margini di rischio): quella del dilagare del «selfie montano», un’autentica valanga e slavina in termini numerici che, con una certa frequenza, sta producendo anche la caduta e l’incidente a chi se lo scatta. Con la contestuale corsa – tipica della «forma-selfie» – alla foto «memorabile» che documenti un atto unico ed esclusivo da riproporre al voyeurismo social per ricavarne gratificazione.

Una molla ulteriore, pertanto, per il fenomeno dell’overtourism che, tra le altre problematiche, presenta sempre più situazioni di rischio in cui vanno a mettersi i turisti per documentare le loro «esperienze», calpestando ogni genere di sentiero (compresi quelli protetti) e infilandosi in una serie di pericoli derivanti dalla mancata conoscenza del territorio e dall’assenza di competenze specifiche per salire in certe zone di montagna. Ma così, appunto, avviene, e sempre più spesso, a conferma di quanto il selfie eserciti un’attrazione irresistibile, a cui praticamente nessuno, dalla celebrity all’«uomo della strada» – con pochissime eccezioni, e per lo più di natura professionale –, riesce a sfuggire.

O, per meglio dire, non vuole e non intende deliberatamente sottrarsi, perché il processo di vetrinizzazione e di esposizione del sé in ogni momento della propria esistenza, che scaturisce dall’onda lunga del narcisismo di massa, e viene – per ragioni commerciali e di profilazione – incentivato dalle piattaforme, si è convertito nel nuovo senso comune e in una pratica sociale pressoché generalizzata. Se i social costituiscono l’equivalente di un’immensa agenzia di socializzazione, la «selfite» si presenta come il riflesso di un bisogno spasmodico di riconoscimento che influenza, specialmente presso le generazioni più giovani, l’autostima e (paradossalmente, ma non troppo) le dinamiche di socializzazione.

Una ragazza che si sta scattando un selfie - © www.giornaledibrescia.it
Una ragazza che si sta scattando un selfie - © www.giornaledibrescia.it

Nell’attuale «condizione umana» onlife – ovvero senza soluzione di continuità tra la vita in carne e ossa e quella virtuale –, per dirla con il filosofo Luciano Floridi, l’«io digitale» come processo di autocostruzione sociale governato da ogni singolo individuo in presa diretta ha acquisito enorme importanza. La desiderabilità sociale è, da quando l’uomo vive in comunità, una delle forze più significative che orienta il nostro agire con la finalità di piacere e, in tal modo, di venire pienamente accettati dentro il gruppo.

Uno dei maggiori sociologi del secondo Novecento, Erving Goffman, l’aveva etichettato come il processo di impression management (la «gestione dell’impressione») – e, oggi, i social mettono a disposizione di ciascuno lo strumento per fare, giustappunto, buona impressione (anche barando un po’, come con i filtri) sugli altri. O, almeno, in apparenza. Ma, oramai, da un bel po’ di tempo a questa parte, l’apparenza è tutto. Fino a che non si cade, per disattenzione da selfie, dentro un burrone o una scarpata, o si calpesta qualche specie floreale tutelata, o si finisce fuori strada. E, allora, sono guai, che spesso ricadono sulla parte di collettività per fortuna non concentrata in quel momento sul farsi un selfie...

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