Opinioni

L'eredità del Pci bresciano: 32 immobili e sei milioni di patrimonio

Negli anni Settanta il Partito comunista arrivò a oltre 30mila iscritti e 313 feste in provincia. Le risorse raccolte contribuirono alla costruzione di un patrimonio immobiliare oggi gestiti dalla Fondazione Ds
Camillo Facchini
Una bandiera del Pci - Foto Archivi Pci
Una bandiera del Pci - Foto Archivi Pci

A Roma la storica sede del Pci a Botteghe Oscure è stata venduta e trasformata in albergo di lusso della catena del gruppo americano Hyatt. E gli immobili bresciani del vecchio Pci? Non esser d’accordo con la linea politica del vecchio partito comunista apparteneva al singolo, ma rileggendo la storia bresciana nulla si può opporre al partito d’allora su come in provincia ha gestito i conti, su ciò che ha lasciato in eredità a chi è venuto dopo, sulla qualità del ‘marketing politico’ che negli anni Settanta è stato base della cassa e dell'asset immobiliare generato.

Un patrimonio oggi controllato dalla Fondazione Ds, organismo dotato di governance duale, quindi con doppia struttura di controllo per dare protezione nel tempo a immobili che avevano ospitato case del popolo, le sedi di sei cooperative, quelle di Arci, Cgil e – naturalmente – sezioni del partito. Della fondazione Ds, Daniele Lusetti è l’amministratore delegato, Franco Tolotti il presidente, con un consiglio di amministrazione con mandato esecutivo; il consiglio di indirizzo è presieduto da Boretti Nicoletto, composto da 20 membri nominati a vita dall’ultimo congresso che ha espresso un organismo con il compito di tracciare le attività politico-culturali della Fondazione che si avvale al contempo di un comitato tecnico scientifico.

Fatturato e vanità

Come in economia, anche in politica, senza risorse non si va da nessuna parte e così se il fatturato è vanità e il profitto è salute dei conti d’impresa, la cassa è solidità, cassa che nel Pci del passato era stata generata dal tesseramento (a Brescia gli iscritti erano arrivati nel 1974 a 32.000 tessere), ma anche dall’attività di propaganda in città e in provincia che molto basava sulle Feste dell’Unità, dalla satira politica rinominate 'feste rosse' che in Italia superarono i settemila appuntamenti con 30 milioni di partecipanti. Numeri enormi confrontati con l'attualità in cui solo 530 mila contribuenti hanno scelto di finanziare il PD con il 2 per mille.

Inventate dagli esuli comunisti in Francia, le Feste dell’Unità sono state lungo strumento di allargamento del consenso politico e – seppur non proprio con questa definizione – di quello che oggi potrebbe esser definito marketing strategico, con le feste a lungo strumento di finanziamento decisivo e sulle quali sono stati scritti numerosi testi.

Tra i più belli, «Falce e tortello. Storia politica e sociale delle Feste dell’Unità» di Anna Tonelli, introdotto da un pensiero di Alberto Moravia, nel 1948 cronista dell’Unità, che descriveva così i meeting estivi: «I festival de l’Unità hanno il vantaggio di combinare in sé tre idee di base: quella della festa “cattolica”, quella del Soviet e quella del mercato», quasi una radiografia del contenuto politico e sociale. Il mercato, che in politica si chiama elettore, era arbitro di tutto e, a chi lo sa cogliere, sa dare soddisfazioni (almeno fino a che la società non si trasforma come poi accadrà).

Negli anni Sessanta anche a Brescia c’era stata la grande svolta: tra il 1968 e il 1975 i tesserati del Pci erano passati da 17mila a oltre 30 mila, in provincia nel 1975 le feste de l’Unità avevano raggiunto la cifra record di 313, con molti comuni che ne ospitavano più d’una all'anno, alcune della durata di cinque giorni, in cui cucina, bar, ballo e vendita di libri, si affiancavano alla discussione politica aperta solo in un secondo tempo anche agli ‘avversari’: al lavoro sempre e solo volontari («c’era chi portava da casa le pentole per cuocere la polenta» ci ricorda un vecchio iscritto) che difendevano nel tempo titolarità e responsabilità del ruolo.

Rilevanti così i trasferimenti al partito, anche oltre i cinque milioni di lire per e feste più grandi «e – ricorda Daniele Lusetti – con il tesoriere che chiedeva conto dettagliato alle sezioni sull’andamento di iscritti e dell’intera attività di propaganda», grazie alla quale nel tempo sono stati costruiti o acquistati immobili (come l'elegante palazzo disegnato dal Vantini in via Corsica nel 1834 noto anche come villa giardino Brozzoni o Villa Martinoni), ma soprattutto si rinforzavano il consenso ed i legami con associazioni e territorio.

Il declino

Inarrestabile, a fini anni Ottanta, inizia il declino della politica e il legame tra partiti e società viene progressivamente meno (nel 1972 alla Camera il Pci aveva ottenuto il 27,15%, nel 1976 il 34,3% nel 1979 il 30,385%): la partecipazione è scavalcata dalla moltiplicazione degli strumenti di comunicazione, la politica perde pervasività e interesse tra i cittadini, le feste si riducono, le tessere calano, aprendo i primi spazi all’antipolitica e conseguentemente no party no money.

Paolo Pagani, nel suo libro «Appunti in rosso» (edito da Liberedizioni) sulla storia del Pci a Brescia, ricorda ancora che «...a livello nazionale il Pci arretra più del 4%, a Torino, Milano e Genova i suffragi diminuiscono rispettivamente del 5,5%, 3,7% e 3,6%, e in modo ancora più accentuato nei rispettivi capoluoghi». A Brescia la perdita è limitata all’1,5% che riduce al 5% la differenza sulla media nazionale. Contenuto, rispetto agli altri capoluoghi, è l’arretramento in città (-1,8%), ancora inferiore in alcuni centri operai (Gardone VT, Vobarno e Concesio), mentre incrementi si registrano in alcune zone operaie come Nave e nei comuni in cui il partito era storicamente «radicato come Castelmella, Roncadelle e Fiesse» ricorda sempre Paolo Pagani.

«Rigore e onestà»

Esopo aveva visto lontano: la fiaba sulla cicala e la formica ben si adatta alla vita di ogni giorno e all’impresa, ma anche alla politica ed ai partiti tra i quali nel Pci bresciano sono prevalsi rigore e onestà e non si è mai bruciata la cassa, sviluppando nel tempo un patrimonio immobiliare tutt’oggi consistente (32 immobili del valore stimato di oltre sei milioni di euro), in molti casi di pregio, dopo che nel 1975 era stata acquistata Villa Martinoni in via Corsica poi venduta nel 1992 a un operatore cittadino che l’ha poi rivenduta a un gruppo straniero. DC (in via Tosio) e Psi in città (in largo Torrelunga) erano in affitto così come i piccoli partiti ospiti in immobili di altre zone della città.

Quella del patrimonio del Pci è una storia che ha radici profonde: la prima sede dopo la guerra era in piazzale Garibaldi, scelta strategica perché poco lontano c'erano le grandi fabbriche dell’industria pesante. Dalla prima sezione in piazzale Garibaldi ad oggi è cambiato tutto: il palazzo vantiniano di via Corsica di fronte alla chiesa di Santa Maria in Silva venne ceduto per partecipare al risanamento dei conti del partito che consentirà ai bresciani di girare a Roma al Pci nazionale un assegno di 500 milioni di lire, più altri 2,5 miliardi (sempre di lire) in immobili. Nell'economia del partito il Pensiero unico a Brescia non c'era.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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