La decisione di Pedro Sánchez di andare a elezioni anticipate il 29 novembre nasce dalla bocciatura di due decreti sulla casa, e dal fatto che sapeva che con un governo di minoranza non avrebbe concluso granché, su nessun fronte. L’eco dei decreti arrivata fin qui ha allarmato molti proprietari, ma i numeri raccontano una situazione che somiglia poco alla nostra. Il governo li ha riapprovati il 6 ottobre, rafforzati, e potrebbero passare lo stesso alla Diputación Permanente, la commissione che deve convalidarli, dove Junts ha un solo seggio.
In Spagna 6 case in affitto su 10 appartengono a chi ne possiede più di una, e fondi e imprese ne controllano circa 1,07 milioni. In Italia le società ne possiedono appena il 13%, tutto il resto è in mano a persone fisiche. Non che da noi sia distribuita in modo uniforme: 7 milioni di abitazioni appartengono a chi ne ha già almeno un’altra, e il 20% delle famiglie più abbienti detiene il 59% del valore immobiliare. La concentrazione italiana, però, è fatta in generale di persone e non di fondi, ed è questo a cambiare gli strumenti che possono essere applicati. Le misure di Madrid, pensate contro gli acquisti speculativi, da noi colpirebbero il bersaglio sbagliato.
Il nodo italiano è un altro. Le case popolari sono 2 ogni 100 abitazioni contro le 12 della Francia, oltre 650.000 famiglie restano in graduatoria e 61.300 alloggi pubblici sono vuoti in attesa di manutenzione. Intanto 4,5 milioni di immobili risultano vuoti o sottoutilizzati, in parte per prudenza: molti preferiscono tenere chiuso piuttosto che rischiare morosità e anni di tribunale.

Nei due Paesi però, dietro le cifre ci sono persone in difficoltà. In Italia 1,5 milioni di famiglie vivono un disagio abitativo grave e altri 2,5 milioni una difficoltà meno acuta ma reale, e la povertà energetica ha toccato il 9,1% delle famiglie. I più esposti guadagnano troppo per una casa popolare e troppo poco per il mercato. In Spagna, fra i giovani in affitto, il rischio di povertà passa dal 25,9% al 43% dopo il pagamento del canone.
Su questo esistono in Italia iniziative efficaci, che hanno però bisogno di essere estese perché sono spesso limitate. A Milano l’agenzia comunale per la locazione assicura al proprietario i mancati pagamenti fino a 18 mesi e offre fino a 8.000 euro a chi ritira uno sfratto e firma un canone concordato; all’inquilino dà microcredito e piani di rientro, e il canone resta fra il 20 e il 30% sotto il mercato. Agisce sulla paura che tiene chiusi gli appartamenti, senza tetti imposti per legge, e funziona anche a Torino e Bologna.
Il secondo intervento riguarda il patrimonio pubblico: ogni alloggio popolare riaperto toglie pressione al mercato privato. Il piano casa del governo punta ai 60.000 alloggi inagibili, ma stanzia circa 16.000 euro ad alloggio contro i 31.000 che secondo Federcasa costa in media rimetterne a norma uno. Fare di più è possibile: fra fondi di coesione riorientati e Piano sociale per il clima ci sono oltre 5 miliardi già disponibili. E c’è una questione di equità verso chi le tasse le paga: sull’imposta immobiliare un euro su cinque non viene versato e sarebbe importante recuperarlo.
Resta l’energia, che per una famiglia è la seconda rata dell’affitto. Qui la Spagna ha fatto la scelta giusta: le rinnovabili coprono quasi il 60% della sua elettricità e il gas fissa il prezzo solo nel 15% delle ore contro l’89% dell’Italia. Ridurre la dipendenza dal gas e migliorare le case abbassa la bolletta in modo stabile. Le misure che funzionano sono quelle che rendono più sicuro affittare, riducono la concentrazione della proprietà e la speculazione e insieme proteggono chi fa più fatica. La differenza fra Italia e Spagna non sta nella gravità del problema, ma negli strumenti che servono a risolverlo.




