Elly Schlein sempre sotto tiro, ma al Pd serve un progetto

La principale priorità e la più urgente è la definizione di una proposta programmatica plausibile, in grado di mobilitare il popolo degli elettori, risvegliando ideali sopiti
Elly Schlein - © www.giornaledibrescia.it
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«Tu sei Schlein e ti tirano le pietre»: parafrasando la nota canzone di Antoine degli anni ’60 tempo fa Elio Vito, già esponente radicale, poi con Forza Italia, si è spinto a difendere la segretaria del Pd, sferzando quanti pensano sia necessario costruire una strategia politica e un programma comune tra le opposizioni, ma ritengono che «il tentativo è valido solo se a guidare la coalizione e un futuro Governo sono loro e non Elly Schlein».

Ed in effetti la fronda nei suoi confronti non è mai cessata. Per un verso segno di una vivacità interna al partito largamente sconosciuta alle altre formazioni politiche, per un altro verso un problema – quello delle tensioni tra le varie componenti e del tiro al piccione nei confronti del segretario di turno – che accompagna il Pd sin dalla sua costituzione: un caso classico delle divisioni nella Sinistra, una eredità del passato lasciata dalle forze che nel partito sono confluite.

Ebbene tutto si può sostenere, ma è indubitabile che Elly Schlein abbia condotto il Pd fuori dalla gora in cui versava e che nessuno possiede una ricetta salvifica abilitata a promuovere magnifiche sorti e progressive. C’è comunque certamente bisogno di apporti non indulgenti, senza saccenteria, volti ad abilitare il Pd a fronteggiare gli appuntamenti che lo attendono. Tra di essi quello della scelta del prossimo candidato alla premiership non pare il più urgente.

Non che si debba ricorrere ad escamotages per rinviare tale scelta, ma perché vanno approfondite prioritariamente modalità e condizioni della sua individuazione. Oltre al fatto che un eventuale cambiamento della legge elettorale in senso proporzionale modificherebbe radicalmente le carte sul tavolo da gioco.

Una seria moralità personale e politica, consiglierebbe a quanti aspirano al ruolo di dismettere generosamente ambizioni e aspettative così da consentire una valutazione la più possibilmente realistica delle chanches di successo. Fermo restando che non necessariamente il leader del major party della coalizione in gara per l’alternativa all’attuale Governo deve comunque ottenere l’investitura.

Romano Prodi, l’unico del centrosinistra a sconfiggere per due volte Berlusconi, non ha mai contato su di un proprio partito, ma questo non gli ha impedito di ottenere le sue vittorie. Anzi gli ha consentito di rivestire un ruolo di sintesi. La principale priorità e la più urgente è piuttosto la definizione di una proposta programmatica plausibile, in grado di intercettare interessi, di mobilitare il popolo degli elettori, di rimuovere le sacche assai consistenti dell’astensionismo, di far sventolare le bandiere, mobilitando passioni e risvegliando ideali sopiti.

Un programma aperto al contributo delle voci più autorevoli della cultura e della ricerca, in grado di aggredire i nodi più problematici coi quali il Paese è alle prese: l’organizzazione del welfare e la questione sociale, lo sviluppo delle forze produttive, il rilancio del Mezzogiorno, il risanamento del dissesto idrogeologico e il cambiamento climatico, la politica estera e il ruolo dell’Italia in Europa, la valorizzazione della scuola e dell’università.

In vista del prossimo appuntamento elettorale è inoltre indispensabile che il Pd possa agire come un organismo collettivo in cui, il libero, aperto confronto delle opinioni, sia in grado di darsi un costume di misura e sobrietà, soprattutto modalità e forme di disciplinamento democratico.

Recentemente da più parti – penso ai contributi di Antonio Floridia e di Franco Monaco, due voci pensose, non certamente alla ricerca di un qualche tornaconto in termini di candidatura parlamentare – sono venute indicazioni assai puntuali. Ad esempio una Direzione nazionale del Pd frequentemente convocata, un dibattito che rifugga da unanimismi dissimulati e che veda un’ effettiva dialettica tra maggioranza e minoranza, cui facciano da corrispettivo nelle sedi istituzionali, fatti salvi casi di coscienza su questioni eticamente sensibili, unità e compattezza.

Inoltre non si tratta di porre mano allo statuto che oggi presiede alla vita interna nell’illusoria convinzione di poter risolvere in sede normativa questioni di stretta attinenza politica. A partire da un impegno teso ad aprire il «campo largo», dilatando i suoi confini sia sul piano dei referenti sociali che di quelli politici, in vista di renderlo adeguato ad una competizione che dovrà misurarsi con avversari non certo sprovveduti e comunque alla fine coesi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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