Lungi da noi volerci arruolare nella schiera dei profeti del giorno dopo, che spiegano (rigorosamente a posteriori) in cosa i vinti hanno sbagliato. Qualche indicazione sulle ragioni della batosta subìta, gli sconfitti le possono desumere dal voto. Sempre che essi si liberino da quella spocchia intellettuale e morale – vizio, questo, che è un po’ di tutta la sinistra occidentale – che li fa sentire superiori alla destra e che quindi li rende restii ad accettare un responso sfavorevole delle urne. Cosa il Democratic Party debba fare per risalire la china in cui è precipitato, non sappiamo. Non spetta a noi peraltro indicarlo. Ma un buon punto di partenza per capire cosa sia intervenuto nell’orientamento dell’opinione pubblica è offerto dall’esame del dato elettorale.
Primo dato. La sconfitta è certamente figlia della gestione della candidatura di Kamala Harris. A cominciare dal ritardo e dall’improvvisazione, con cui è stata annunciata per proseguire con l’inconsistenza della sua figura politica (le manca il quid del leader) e per finire con la genericità del suo messaggio agli elettori.È troppo semplicistico, però, ricondurre alla sola Kamala la responsabilità della sconfitta. Questa viene da lontano. Discende dalla conclamata inattualità della proposta politica dei democratici.




