Opinioni

Regionali, perché in Val d’Aosta il voto non costituirà un test

La competizione non è per la presidenza: senza «bandierine» da piantare, i partiti lasceranno in pace la regione, che potrà scegliere tranquillamente da chi farsi governare
Luca Tentoni

Luca Tentoni

Editorialista

Schede elettorali - © www.giornaledibrescia.it
Schede elettorali - © www.giornaledibrescia.it

Domenica 28 settembre inizia il lungo ciclo delle elezioni regionali 2025, con la Valle d’Aosta e le Marche; seguiranno Toscana, Calabria, Veneto, Campania e Puglia (si arriverà a fine novembre). In Valle d’Aosta si voterà solo domenica, non domenica e lunedì come nelle Marche. Altra differenza: i valdostani non eleggono direttamente il «governatore» ma solo il Consiglio regionale, il quale poi elegge a maggioranza assoluta il presidente della Giunta. La legge elettorale permette di assegnare un premio al raggruppamento di liste che supera il 42% dei voti.

I partiti in lizza sono nove: cinque liste rispecchiano quelle nazionali (Alleanza verdi e sinistra, Pd, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega), una raccoglie realtà diverse (il M5s e altri gruppi di sinistra autonomista) e le altre sono espressione di diversi tipi di autonomismo (la storica Union Valdôtaine, tendenzialmente centrista, che esprime l’attuale presidente regionale Renzo Testolin; gli autonomisti di centro/centrosinistra; Valle d’Aosta futura, un partito minore che cinque anni fa non aveva superato lo sbarramento per entrare in Consiglio).

Si parte dalla situazione estremamente frammentata del 2020, quando la destra ebbe complessivamente il 34,5% dei voti, Uv il 15,8, i centristi autonomisti e i partiti di centro il 15,2%, il Pd e la sinistra il 15,3%, il M5s il 3,9% e altri il resto. L’attuale maggioranza è formata da autonomisti e Pd. Un quadro dei rapporti di forza più chiaro si è avuto alle politiche del 2022, con la destra al 29,8%, il terzo polo al 10,9%, il Pd all’11,9%, la sinistra al 4,5%, gli autonomisti al 38,6%. Il dato più recente e ancora più leggibile risale alle europee del 2024: la destra ottiene il 41,3% (FI 7,9%, Lega 8,9%, FdI 24,3%, altri 0,2%), i centristi di Calenda, Renzi e Bonino l’11%, il Pd il 20%, Avs il 12,1%, altri di sinistra il 3,1%, il M5s il 4,6%, gli autonomisti il 7,1%.

È evidente che stavolta i partiti del governo nazionale cercheranno di superare il 42% dei voti per assicurarsi la maggioranza dei consiglieri e governare da soli la regione; in particolare, è prevedibile un radicale cambiamento dei rapporti di forza nella coalizione che governa il Paese, perché nell’attuale consiglio regionale valdostano ci sono sei leghisti, tre forzisti e neanche un rappresentante di FdI: se l’alleanza di destra conquisterà 21 seggi su 35 col premio di maggioranza, è verosimile che dodici vadano a FdI, cinque alla Lega e quattro a Forza Italia. Ovviamente, questa è la speranza della coalizione di destra.

Il Pd si augura invece di raccogliere con Avs, centristi e autonomisti (magari dando di nuovo la presidenza all’Uv) un numero di seggi sufficiente per governare ancora la regione, cosa che sarà più probabile se nessuno arriverà al 42% e la ripartizione degli eletti sarà proporzionale ai voti ottenuti dai partiti che avranno superato la soglia di sbarramento.

Com’è facile capire considerando la presenza di partiti autonomisti forti in una regione dove ci sono lo statuto speciale e il bilinguismo (si parlano italiano e francese) e dove i temi locali e le personalità del posto prevalgono di gran lunga sulle tendenze nazionali e sull’influenza del sistema politico del Paese, il voto di domenica 28 settembre non sarà un test. Infatti, i partiti ne parlano poco o nulla, anche perché la competizione non è per la presidenza, quindi è mediaticamente molto meno interessante, a livello nazionale. Senza «bandierine» da piantare, i partiti lasceranno in pace la Valle d’Aosta che potrà scegliere tranquillamente da chi farsi governare per i prossimi cinque anni.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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