Elezioni regionali, per il centrodestra grane in Veneto

A poche settimane dal voto, ancora non c’è il nome del candidato della coalizione: pesa l’influenza politica del governatore uscente Luca Zaia
Il governatore del Veneto Luca Zaia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il governatore del Veneto Luca Zaia - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il tempo passa, ma i partiti della coalizione di governo non annunciano il nome del candidato presidente del Veneto. Eppure, sembrava tutto semplice: fuori Zaia - per aver raggiunto i due mandati da governatore - e al suo posto un altro esponente del centrodestra. Il problema, però, è proprio la scelta di quest’ultimo.

Fratelli d'Italia non governa in nessuna regione del Nord, pur essendo dal 2022 il primo partito d'Italia (con i sondaggi che attualmente lo danno intorno al 30%), quindi la Meloni avrebbe buon diritto di rivendicare la possibilità di indicare per il Veneto un suo esponente, ma la Lega non molla: ci sarebbe una mezza promessa di Salvini di dare la Lombardia a FdI al prossimo giro (ma il tempo passa e le parole volano). Quasi certamente, il leader leghista otterrà di nuovo il Veneto, ma non è detto che il candidato governatore sia il suo fedelissimo Stefani (il quale è vicesegretario nazionale del Carroccio, come l'attivissimo e un po’ ingombrante Vannacci).

La Liga veneta non si è mai sentita vassalla dei lombardi e neanche di Salvini (rispetto al quale Zaia ha sempre avuto posizioni molto più centriste e moderate, riuscendo non a caso a conquistare, alle regionali del 2020, consensi ben oltre il tradizionale recinto del centrodestra), quindi il vicepresidente del Consiglio dovrà fare attenzione a non scombussolare gli equilibri interni e a non mettersi contro i «lighisti».

Sembrerà un paradosso, ma per Salvini sarebbe più comodo tenersi la Lombardia e cedere il Veneto, lasciando ad un esponente di FdI il compito di sbrigarsela con i notabili veneti capitanati da Zaia. Se il governatore uscente andasse con una lista a suo nome (e si candidasse come consigliere, perché non gli è precluso dalla legge) potrebbe raccogliere come cinque anni fa un gran numero di voti e di eletti, tale da condizionare tutte le scelte della giunta e del consiglio regionale.

Se invece - come vuole Salvini - Zaia fosse capolista della Lega, siamo sicuri che l'ex Doge si accontenterebbe di fare presenza e di portare voti (strappandoli a FdI) senza prendersi almeno la metà dei posti in lista per gli uscenti della «lista Zaia» del 2020? Anche in questo caso il nuovo governatore - che sia di FdI o della Lega, dovrebbe fare i conti con una pattuglia di zaiani che farebbe il bello e il cattivo tempo a Palazzo Balbi. Salvini, che pensava di sbrigarsela imponendo alla Meloni (in virtù dei seggi leghisti a Roma, determinanti per tenere in piedi il governo) di farsi cedere di nuovo il Veneto per poi metterci il proprio fedele vicesegretario, si è dovuto scontrare con la realtà. Se anche andasse così, Zaia farebbe pesare il suo ruolo e la sua capacità di aggregare consensi. Un governatore leghista di stretta osservanza salviniana potrebbe essere «commissariato» dal suo predecessore, forte di un numero sufficiente di seggi in Consiglio (nella Lega o, ancor più, di nuovo con la lista Zaia) in grado di condizionare la politica veneta.

Meloni e Salvini alla Camera - Foto Ansa/Riccardo Antimiani © www.giornaledibrescia.it
Meloni e Salvini alla Camera - Foto Ansa/Riccardo Antimiani © www.giornaledibrescia.it

Si sarebbe potuto risolvere tutto spedendo Zaia a Roma, al ministero dell'Agricoltura, ma la Meloni non vuole toccare assolutamente nulla del suo governo, sapendo che un cambio potrebbe innescare una girandola capace di portare ad una crisi (sia pur pilotata) dell'Esecutivo (così la premier direbbe addio al record di durata e al governo di legislatura). Quindi no, Salvini può avere il Veneto ma poi se la sbrighi per conto proprio: Zaia è suo e deve «disinnescarlo» lui. È arduo che il vicepremier ci riesca.

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