Editoria tra crisi e resistenza: il Governo lancia il Piano Olivetti

Leggere è di moda, ma il settore resta comunque in affanno: cosa c’è dietro lo stanziamento di fondi per l’acquisto di libri
Una libreria
Una libreria
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I ragazzi amano la lettura. Le ragazze ancor più dei loro coetanei. Anche gli italiani, in generale, leggono, mentre i libri stampati resistono bene, contro le fosche e consolidate previsioni che li davano per destinati a scomparire, sostituiti dagli e-book. Proviamo a sfidare il tabù paventato da Umberto Eco, che in una celebre «Bustina di Minerva» già nel 1992 provocatoriamente sosteneva come fosse assai più conveniente, per un intellettuale, sostenere che i giovani non leggono e l’analfabetismo incalza. Ora come allora la situazione è diversa, più complessa e assai più interessante.

In queste giornate dell'anno il mondo dell'editoria inizia ad innalzare i gazebo dei festival. Punto di partenza è la presentazione del Salone di Torino, in programma dal 15 al 19 maggio, tornato ad essere l'indiscusso riferimento nazionale per l'intero settore. Con la fiera piemontese delle grandi case ora si allea anche il Book Pride di Milano, la manifestazione dedicata ai piccoli e medi editori indipendenti che si terrà dal 21 al 23 marzo. Ed è un bel segnale, che cancella definitivamente – ma qualcuno se lo ricorda ancora? – il tentativo milanese di soppiantare Torino, provocando una lotta intestina che ha lasciato pesanti conseguenze.

Dopo il rimbalzo post-Covid, e una fase di espansione, l'editoria italiana è ora davanti ad un bivio: rallentare per mettere ordine o puntare su un rilancio?

L'anno scorso il venduto complessivo del settore è stato dell'1 per cento inferiore a quello del 2023; ancora maggiori le perdite per i piccoli editori che scendono fino al 10 per cento in meno. Prendendo spunto da queste cifre, non pochi, soprattutto fra i piccoli del settore, denunciano quella che a loro parere è un'inspiegabile sovrapproduzione. Dicono: troppi libri, troppe novità, troppa confusione. Negli ultimi trent'anni la produzione di novità è triplicata, sfiorando anche i 90 mila titoli l'anno. Alcuni hanno scelto di ridurre, facendo proprio l'obiettivo di pubblicare meno, pubblicare meglio. Un titolo nuovo al mese, ma curato in ogni dettaglio. Forse non pensano che sia una soluzione valida per l'intero settore, ma loro hanno imboccato la via della decrescita felice.

L'Aie, l'associazione nazionale degli editori, sembra perplessa su questa scelta. Pensa, al contrario, che ci siano margini di crescita. Fonda il suo ragionamento sull'indice libri/abitanti, per dire che l'Italia è in linea con il resto d'Europa: con 1,12 libri per ogni mille abitanti siamo in compagnia di Austria e Spagna; l'indice è di 1,46 in Gran Bretagna, 1,64 in Francia, in cima sta la Danimarca con 2,02. Anche sulla quota delle novità edite all'anno, l'ufficio studi Aie fa delle distinzioni: nel 2023 i titoli stampati sono stati 85.129, ma oltre 12 mila erano autopubblicazioni, e se si tolgono i testi scolastici, l'asticella delle novità si colloca a 68.820 titoli. Troppi per i pochi lettori che si trovano in Italia?

Giuseppe Laterza, editore di gloriosa tradizione, nei giorni scorsi a Brescia ha parlato del «potere dei libri» e in un’intervista al nostro giornale ha rilanciato uno sguardo ottimista sull'intero panorama. Come già in occasione della presentazione del Salone di Torino, ha spiegato che la situazione italiana non è nera come viene descritta. Quasi mai si mette in evidenza che cinquant'anni fa i lettori italiani erano la metà di oggi, che i giovani continuano a leggere libri stampati, che due italiani su tre e tre europei su quattro leggono libri, e che i libri stampati continuano ad essere ritenuti le fonti più attendibili di informazione e cultura.

Certo, ci sono forti disparità fra zone diverse, in particolare tra Nord e Sud, ci sono lettori tenaci e lettori da un libro l'anno. L'editoria italiana resta in affanno. Come rilanciare il settore? Si dice che le vendite dell'anno scorso siano calate per il venir meno del sostegno da parte del Governo, in particolare per la cancellazione dell'App18.

Ma su questo fronte una novità avanza. Seguendo il vezzo del Governo Meloni di innalzare nomi e personaggi del passato come emblemi dei progetti futuri, il nuovo decreto sull'editoria è stato battezzato «Piano Olivetti». Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha preso ispirazione dal visionario imprenditore-intellettuale di Ivrea che ingaggiò i più bei nomi della cultura italiana per le sue fabbriche di macchine da scrivere e di computer-prototipi. L'intenzione è di fornire risorse ad aree svantaggiate e – per dirla con il linguaggio immaginifico del ministro – «affette da siccità culturale».

Stanzia 34 milioni di euro per acquisti di libri da parte di biblioteche storiche, tre milioni per favorire aperture di librerie da parte di giovani con meno di 35 anni, un milione per librerie in piccoli paesi con meno di cinquemila abitanti, dieci milioni per sostenere l'offerta culturale attraverso le pagine dei quotidiani di carta, due milioni e 800 mila euro per istituzioni culturali varie.

Il piano non ha molte risorse, ma il settore lo guarda con attenzione, come un segnale di speranza. Si pensa che il vero sostegno necessario stia negli interventi strutturali: librerie, biblioteche radicate sul territorio, biblioteche scolastiche con personale adeguato. I dati bresciani degli ultimi anni dimostrano che questo è il terreno da seminare e coltivare. Adriano Olivetti, con il suo spirito di Comunità, ne era fermamente convinto già a metà del secolo scorso.

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