Laterza: «C’è futuro per il libro di carta, ma la politica ci aiuti»

L’editore parlerà domani a Brescia del «potere dei libri», alle 18.30 nella Nuova Libreria Rinascita in via della Posta 7: «Il 40% degli italiani ha letto almeno un testo all’anno, il 25% almeno uno al mese»
Nicola Rocchi
L'editore Giuseppe Laterza - Foto Yuma Martellanz © www.giornaledibrescia.it
L'editore Giuseppe Laterza - Foto Yuma Martellanz © www.giornaledibrescia.it

Giuseppe Laterza non ha dubbi: per «allungare lo sguardo» verso il futuro e affrontare le grandi sfide culturali che incombono, il vecchio libro di carta rimane una risorsa essenziale. Il presidente della casa editrice fondata nel 1901 da Giovanni Laterza parlerà domani a Brescia del «potere dei libri», alle 18.30 nella Nuova Libreria Rinascita in via della Posta 7.

Giuseppe Laterza, quanti sono i lettori di libri in Italia?

«Le rilevazioni oscillano tra il 40 e il 70%. Nel peggiore dei casi, il 40% risponde di aver letto almeno un libro nell’ultimo anno, e circa il 25% almeno un libro al mese. Vuol dire che c’è un buon rapporto continuativo con i libri».

Rimane tuttavia una forte disparità tra nord e sud...

«Fortissima, ed è uno dei segnali di quanto la lettura sia legata allo sviluppo economico e sociale. Ho appeso al muro due cartine geografiche: una evidenzia in blu scuro le zone dove si legge di più e, scendendo da nord a sud, va scolorendo fino al bianco. La stessa colorazione è nella seconda cartina, sulla mobilità sociale, molto maggiore al nord che non al sud. In tutti i Paesi del mondo c’è una stretta correlazione tra la lettura dei libri e la qualità della vita».

Un insegnamento che sfugge ai nostri politici.

«Dovrebbe portare chi ci governa a investire, ad esempio, nella figura del bibliotecario scolastico che noi italiani, unici in Europa, non abbiamo. Una cosa indecente».

Il Decreto cultura approvato in questi giorni potrà essere d’aiuto a editori e librerie?

«Penso di sì, anche se, rispetto agli annunci fatti dal governo sull’importanza della cultura, le risorse ad essa destinate rimangono infinitamente più basse rispetto a quanto fanno nazioni come Francia o Germania. Siamo un Paese in cui tanti insegnanti poco pagati continuano a far bene il loro lavoro, tanti librai aprono il negozio ogni giorno per passione, e così fanno i bibliotecari o i piccoli editori. Ma abbiamo una classe dirigente miope: politici e manager leggono poco e non si rendono conto che per il Paese è fondamentale investire a medio e lungo termine».

Il dibattito pubblico, d’altra parte, tende sempre più alla semplificazione...

«I problemi sono sempre complicati e non si deve banalizzare, ma si possono affrontare anche con parole semplici e comprensibili. Un grande linguista come Tullio De Mauro diceva che le parole sono un’arma democratica. Io ho avuto la fortuna di conoscere autori come Bauman, Le Goff, Rodotà, Eco, capaci di dire cose importanti con parole semplici. In questo bisogna impegnarsi di più, ed è quello che facciamo in casa editrice. Finora la qualità così intesa ha pagato».

È ancora possibile conciliare la passione che muoveva le grandi personalità dell’editoria italiana con la necessità di far quadrare i bilanci?

«Assolutamente sì. Oggi ci sono persone come Stefano Mauri, Carlo Feltrinelli, Antonio Sellerio, Sandro e Sandra Ferri... L’Italia è piena di editori della mia generazione che secondo me hanno fatto un grandissimo lavoro, paragonabile a quello dei padri o dei nonni. Non sento affatto nostalgia del passato».

E del futuro ha paura?

«Siamo nel mezzo di una battaglia anzitutto culturale, perché è in corso una rivoluzione contro la globalizzazione e il pensiero liberale, condotta con quel pensiero che Bauman ha definito “retrotopia”, cioè utopia del passato, l’illusione del ritorno a un buon tempo antico. Questa battaglia va condotta con strumenti ideali e con le parole giuste, per descrivere la possibilità di convivere in una comunità aperta e dialogante. Credo che l’editoria libraria italiana sia attrezzata per combatterla».

Ha promosso festival e rassegne come le Lezioni di Storia: sono altri modi per invitare alla lettura?

«Lo facciamo da anni, e per le Lezioni di Storia abbiamo trovato persone come Umberto Angelini che al Teatro Grande di Brescia ha capito che anche i teatri sono luoghi di riflessione e socialità. Queste iniziative hanno un successo straordinario, rivelando una grande mobilitazione culturale che non sempre le classi dirigenti riconoscono».

Nonostante le profezie negative, i libri cartacei sono ben vivi.

«La morte della carta non c’è stata e credo non ci sarà. L’anno scorso, Nando Pagnoncelli ci ha mostrato un sondaggio realizzato da Ipsos. I media più utilizzati risultavano i social e il libro veniva molto dopo. Quando però la domanda diventava: “Quali sono i mezzi più affidabili?”, il libro era il primo. La credibilità ha reso il libro resiliente».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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