Opinioni

Venezuela, il dopo Maduro è una svolta politica tutta da costruire

La sfida che si apre ora è decisiva: accompagnare il Paese verso una transizione democratica credibile
Giangiacomo Calovini
Maduro dopo la cattura
Maduro dopo la cattura

Non è possibile discutere seriamente di quanto sta accadendo in Venezuela senza partire dalla drammatica realtà che il Paese sperimenta da oltre un decennio: il regime guidato da Nicolás Maduro è responsabile di una delle più gravi crisi politiche, economiche e umanitarie dell’America Latina contemporanea.

La sua caduta segna la fine di un sistema di potere che ha progressivamente distrutto il tessuto produttivo del Paese, impoverito la popolazione e svuotato le istituzioni di ogni legittimità democratica. I dati sono inequivocabili: quasi il 70 per cento dei venezuelani vive oggi sotto la soglia di povertà; l’inflazione, prevista attorno al 220 per cento a fine 2025, ha eroso salari e risparmi; l’economia è in recessione strutturale dal 2013. A questo si sommano livelli di criminalità tra i più elevati del continente e un esodo di milioni di cittadini, che ha assunto i contorni di una crisi umanitaria regionale.

Il collasso economico è stato accompagnato dal collasso di quelle istituzioni democratiche che erano sopravvissute agli anni di Hugo Chavez. Le principali organizzazioni internazionali stimano in almeno mille i detenuti politici attualmente detenuti nelle carceri venezuelane: oppositori, attivisti, giornalisti, cittadini colpevoli di aver esercitato diritti fondamentali. Questi numeri configurano il Venezuela come un regime autoritario fondato sulla repressione e sulla negazione di ogni pluralismo.

Anche sotto il profilo della legittimità internazionale, questo quadro trova ulteriori conferme. Nicolás Maduro non era riconosciuto come presidente legittimo da gran parte della comunità internazionale. In Europa e in numerosi altri Paesi era stato invece riconosciuto Edmundo González, espressione dell’opposizione democratica e sostenuto da María Corina Machado, figura di riferimento della mobilitazione civile e premio Nobel per la Pace. Le elezioni presidenziali del 2024, infatti, sono state giudicate prive dei requisiti minimi di trasparenza, competizione e controllo indipendente.

L’intervento statunitense si colloca in questo contesto ed è coerente con una dottrina strategica ormai consolidata a Washington: evitare conflitti prolungati e operazioni terrestri, privilegiando azioni mirate e orientate a obiettivi specifici, con l’intento dichiarato di contenere le minacce e limitare i danni collaterali. Non un vero e proprio atto di guerra, dunque, ma un’operazione circoscritta e concepita come strumento di sicurezza e deterrenza.

La sfida che si apre ora è decisiva: accompagnare il Venezuela verso una transizione democratica credibile, fondata sul rispetto dei diritti, sulla ricostruzione istituzionale e sulla difesa della regione dall’influenza malevola di potenze esterne. È su questo terreno che la comunità internazionale è chiamata a esercitare responsabilità e visione strategica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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