Opinioni

Diritto alla riparazione, invito «di legge» a sprecare di meno

La crescita dell’usato e le nuove regole contro la distruzione degli invenduti raccontano un cambiamento nei consumi. Spinti dalla crisi ma anche da una maggiore sensibilità ambientale, gli italiani scelgono sempre più spesso riuso, riciclo e acquisti antispreco
Claudio Baroni

Claudio Baroni

Editorialista

Una riparazione
Una riparazione

Più accorti, meno spreconi. Se due indizi sono una coincidenza e tre indizi fanno una prova, ora abbiamo la prova che sta davvero cambiando la nostra mentalità rispetto ad acquisti, usi e consumi. Stiamo diventando più attenti, forse persino più sobri. L’ultimo indizio viene dall’applicazione, della direttiva europea che sancisce il cosiddetto «diritto alla riparazione». La direttiva è del 2024 e ogni Stato dell’Unione avrebbe dovuto adottarla con una propria legge entro la fine di questo luglio.

L’Italia, naturalmente, arriva all’ultimo minuto: la legge è giunta in Parlamento il 9 luglio. Ma c’è tempo, perché il portale europeo con tutti i dati per rendere davvero applicabile la normativa, se va bene, arriverà nel 2027. Quel che conta è il principio: smartphone e tablet, lavatrici e frigoriferi, e tutti i prodotti che rientrano nel concetto dell’ecodesign (minimo impatto ambientale) non dovranno per forza essere gettati quando si rompono, ma potranno essere aggiustati. La direttiva, infatti, prevede che l’acquirente abbia il diritto di chiedere la riparazione, quindi produttore e venditore devono mettere a disposizione ricambi e riparatori. A prezzi e tempi ragionevoli. E su questo aggettivo – ragionevoli – sta probabilmente l’inghippo di chi cercherà di sfuggire alla norma.

Ma non sarà facile, soprattutto se i consumatori nelle loro scelte terranno in debita considerazione la riparabilità del prodotto. Non si tratta di un fenomeno di poco conto. Secondo la Commissione europea, ogni anno si sprecano 12 miliardi di euro per sostituire prodotti che potrebbero essere riparati. Solo in Italia, abbiamo un milione e mezzo di tonnellate di rifiuti elettronici in più, mentre sono oltre 35 milioni nella Ue. La norma potrebbe avere ricadute benefiche sulle imprese artigianali: in Europa il fatturato del settore riparazioni è pari a 21,5 miliardi l’anno.

La direttiva rappresenta una mossa strategica sul fronte più esposto alla logica dell’usa e getta, quello tecnologico, che spinge al massimo gli effetti dell’obsolescenza programmata sulla durata degli strumenti. Ridurre i rifiuti, favorire il riuso, il riciclo e il recupero dei materiali: l’ottica è quella dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale. Ma anche dell’attenzione ai costi. E su questa direzione si incontrano gli altri indizi del cambiamento di mentalità. La riparazione è contigua alla «second hand economy», il crescente ricorso all’usato negli acquisti, scelta che nel 2025 ha riguardato oltre 28 milioni di italiani, per un valore scambiato di 27 miliardi.

Da una parte la crisi economica che si trascina, dall’altra la riduzione del potere d’acquisto, stanno inducendo tutti ad essere più attenti. Un altro indizio riguarda l’invenduto, quella quota di produzione che non trova acquirenti e che fino ad oggi va smaltita come rifiuto. Questione che riguarda innanzitutto l’abbigliamento e i prodotti alimentari. E se per il primo settore ci sta pensando la legge, per il secondo ci sta provvedendo un cambio di logica nella grande distribuzione.

È dei giorni scorsi la norma che vieta di smaltire gli abiti invenduti come rifiuti. Si comincia con le grandi imprese, poi dovranno allinearsi anche i produttori medio-piccoli. Tracciabilità e trasparenza su materie prime e prodotti sono gli strumenti del controllo. L’alternativa al macero sono il riutilizzo, il riciclo o il recupero dei materiali. Anche su questo versante i dati sono impressionanti: il 9% fra vestiario e accessori viene distrutto prima d’essere usato. La nuova legge cerca di frenare la tendenza alla sovrapproduzione delle imprese che mettono in conto la discarica come effetto collaterale.

La riduzione degli sprechi alimentari passa invece attraverso una radicale riorganizzazione del sistema della grande distribuzione. Con i consumi destinati a rimanere stagnanti - lo dice la società di consulenza McKinsey – accanto all’attenzione per la gestione di consumi energetici e di imballaggi, cresce l’interfaccia con i clienti per un consumo più consapevole. Si ottimizzano gli ordini, si incoraggia la cosiddetta «spesa antispreco» favorendo l’acquisto di prodotti prossimi alla scadenza, si ricorre ad iniziative sociali quali il Banco alimentare o la Spesa solidale.

Stiamo diventando tutti più accorti e misurati. Non è solo una necessità, a poco a poco si scopre che la scelta ha aspetti positivi, e diventa un’abitudine, persino uno stile.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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