Tempo di dichiarazione dei redditi. 8xmille, 5xmille, 2xmille: chi firma e come vanno le cose? Anche semplicemente nelle distribuzione delle risorse, quanto viene rispettato il volere dei cittadini? L’8xmille, ad esempio, è una quota pari allo 0,8% dell’Irpef versata dai 42,8 milioni di contribuenti italiani e che lo Stato distribuisce ogni anno alle confessioni religiose o a se stesso.
Non è solo la cifra relativa ai cittadini firmatari, ma una proporzione sul totale, quindi viene assegnata anche la parte delle tasse di chi non sceglie. Negli ultimi anni, ad esempio, più della metà dei contribuenti (tra il 58 e il 59%) non ha firmato nell’apposita casella, ma l’8xmille delle loro tasse è andato ugualmente a Chiesa cattolica, valdesi, buddisti, comunità ebraiche e altre confessioni minori, compreso lo Stato per la sua parte.
In sintesi, l’8xmille distribuito l’ultima volta è stato pari a 1,48 miliardi di euro, il doppio delle scelte effettive dei contribuenti. Chi firma sceglie per tutti. Per il 2xmille – cifra che l’ultima volta è ammontata a 32,6 milioni di euro –, invece, la soluzione è diretta: la quota delle tasse di chi firma (nel 2024 sono stati due milioni e duecentomila) va direttamente al partito politico da lui indicato. Non un centesimo di più o di meno. Il più gettonato è il Pd con 10,6 milioni di euro, seguito da FdI con 6,6 milioni e da M5s con 3,2 milioni.
La questione diventa curiosa e ingarbugliata per il 5xmille, perché si fa credere quel che è vero solo in parte. Infatti, indipendentemente da quanto versa in tasse chi firma, le associazioni, gli enti, le fondazioni, gli organismi che sono stati ammessi al contributo dall’Agenzia delle entrate, ricevono fondi in proporzione alle firme raccolte ma non oltre un tetto massimo complessivo che ogni anno viene stabilito dalla legge finanziaria.

Tutto il grande impegno pubblicitario che vediamo profuso in questi giorni per sollecitare nuovi firmatari non è per raggiungere maggiore generosità generale, ma per avere – almeno così ognuno spera – una propria fetta più grande della torta condivisa con gli altri. La dimensione della torta è fissata, indipendentemente dalle firme, e gli enti beneficiari ricevono meno di quanto i contribuenti avrebbero loro destinato. Ma l’opinione pubblica tutto questo lo ignora.
Qualche cifra per comprendere la dimensione del fenomeno. Per i redditi del 2024, su 42 milioni di contribuenti, poco meno di 18 milioni hanno firmato per il 5xmille. Sono stati 714mila in più di quelli dell’anno precedente. La cifra raccolta è stata di 604 milioni di euro, mentre il tetto era stato fissato a 525 milioni e quindi 79 milioni non sono stati distribuiti e sono rimasti nelle casse dello Stato. Oltre 91mila sono gli enti beneficiari.
La parte del leone la fa la ricerca sanitaria e scientifica: 72 milioni all’Airc, 8,7 milioni all’Ail, 7,3 milioni per la sclerosi multipla, 2,5 milioni a Telethon. Seguono gli enti assistenziali: più di 10 milioni ad Emergency, 9,3 milioni alla Lega del filo d’oro, 7,7 milioni a Medici senza frontiere, 6,7 milioni a Save the children. Nel settore della cultura spicca il Fai con 1,39 milioni. Le cifre totali: 86 milioni alla ricerca sanitaria, 69 milioni a quella scientifica, 18 milioni a sport e tempo libero, 15 milioni ai Comuni. Ma a contare ancor di più, forse, sono le miriadi di realtà diffuse sul territorio che grazie a quella manciata di migliaia di euro all’anno riescono ad operare laddove c’è maggior bisogno.
Un fenomeno di tutto rispetto. Perché non rispettarlo? Perché porre un blocco alla generosità che formalmente viene concessa? Il Governo solitamente spiega che il limite è indispensabile per tenere sotto controllo i conti pubblici. Ma la risposta è poco convincente: perché lo stesso criterio non vale per l’8xmille o per il 2xmille? Una novantina di enti del Terzo settore ha iniziato una campagna contro il tetto, ma per ora ha ottenuto solo un innalzamento della quota: la nuova finanziaria l’ha fissata a 610 milioni, comunque considerata al di sotto di quanto già si conta di raccogliere.
L’eliminazione del tetto avrebbe – almeno in linea teorica – diversi effetti virtuosi. Il primo sarebbe il rispetto delle indicazioni dei contribuenti, e favorirebbe un rapporto di fiducia assai prezioso per un settore, quello fiscale, che non gode per sua natura di simpatie. Un secondo positivo effetto sarebbe il finanziamento diretto, scelto sulla base del consenso popolare, di enti e organizzazioni che operano in attività di alto impatto sociale, senza costringerli poi, per avere fondi, a ricorrere al sistema dei bandi, non poche volte fintamente accessibile ed equanime.
Di conseguenza crescerebbe l’adesione dei contribuenti alla firma per la scelta del 5xmille, in una forma di generosità che è assai preziosa per gli enti beneficiari, senza aumentare d’un centesimo le tasse di chi paga. Non aumenterebbe la spesa pubblica, sarebbe solo un modo diverso (migliore?) di distribuirla.




