Opinioni

Il delitto di Afragola, femminicidio e social

Gli adolescenti e i bambini oggi crescono «insieme» online. Ma sono soli, distanti dalle relazioni reali
I funerali di Martina Carbonaro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
I funerali di Martina Carbonaro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

«Stai attenta ai social, qualcuno può violentare e uccidere». È lapidaria con questa frase la mamma di Alessio Tucci, l’assassino che a Afragola ha ucciso la fidanzatina di 14 anni. Forse un avvertimento per la madre di Martina o l’ipotesi che la storia dei ragazzi stesse andando in una direzione pericolosa e che nessuno sapeva.

Se non il popolo dei social. Perché gli adolescenti e i bambini oggi crescono «insieme» nei social media ma soli, distanti dalle relazioni reali, appartati anche se con una infinità di contatti virtuali, in quelle piazze digitali dove puoi vedere le vite degli altri e mostrare la tua, dove puoi dire quello che vuoi che e qualcuno ti ascolta, ma dove, però, non ci sono sguardi né sentimenti, quanto piuttosto un turbine di emozioni senza controllo.

Questa è la realtà della generazione Alpha, la generazione silenziosa, che non dice agli adulti, a casa come a scuola, del proprio star male, perché ha paura di far star male, che si tiene dentro il disagio anche con i pari perché teme di essere presa in giro o etichettata. Questi giovani affollano i social e si affidano ai follower per dire i loro pensieri e ciò che stanno meditando oppure le proprie ansie e i turbamenti da cui gli adulti sono tagliati fuori. Fare attenzione ai social media vuol dire sapere che essi hanno un tangibile potere sugli adolescenti e sui bambini.

Quel popolo che stabilmente vive in rete fin dai primi anni della scuola primaria, quando a pieno titolo ha a disposizione uno smartphone per far parte del gruppo classe e, dai genitori che lo regalano a 6-7 anni, la giustificazione (banale) che il dispositivo serva a tranquillizzarli perché credono di sapere sempre dove stanno i figli.

Nella tragedia di Martina che sembra non abbia detto a nessuno di quel ragazzotto colmo di violenza e che nessuno ha notato, da lui ammazzata per un "no", forse c’erano sui social i segnali del suo star male e forse anche della solitudine. Perché oggi si vive così nell’età dei cambiamenti e del passaggio, adultizzati precocemente e, alle spalle, con un’infanzia breve.

Abbiamo una gioventù che tiene nascosto il suo star male e quei pensieri di sconforto e di disperazione, fino a quando il disturbo depressivo non si manifesta in forma severa. E poi ci sono famiglia e scuola che non sanno riconoscere i segnali di malessere, che non vedono se un adolescente perde di peso e dimagrisce rapidamente oppure si isola e si ritira dalle relazioni sociali.

Gli adulti allora devono sapere che i figli crescono in fretta e che aumenta la generazione ansiosa, isolata e in solitudine, presa dal grande bisogno di essere vista e riconosciuta ma che si affida ai social, in fondo surrogati di socialità e di visibilità. Questi adulti devono saper riconoscere il potere della tecnologia e preparare i bambini ad un uso consapevole dei rischi che corrono.

Altrimenti il malessere giovanile si allarga e, se non ci si misura con un’educazione adatta ai tempi che viviamo, tanto meno con la prevenzione e si finisce per non chiedere a gran voce alle istituzioni e allo Stato di investire di più nella salute mentale dei giovani.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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