C’è un elefante nella stanza dei conti pubblici italiani: il debito. Nel 2027 si vota e il governo vuole spendere ancora a debito, rinviando la correzione dei conti a dopo le elezioni. Lunedì scorso l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), l’organismo indipendente che vigila sui conti pubblici per il Parlamento, ha esaminato il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), con cui il governo fissa gli obiettivi di bilancio. L’Upb ha validato le previsioni del governo, pur segnalando «alcuni elementi di ottimismo» e rischi soprattutto al ribasso. Il quadro è dunque fragile. L’ha ammesso anche ieri il Ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti, seppur di fronte a un aula del Parlamento semideserta.
La spesa pubblica assorbe il 51,4% del prodotto interno lordo (Pil), la ricchezza prodotta in un anno; i soli interessi sul debito valgono il 4,2%. E il debito pubblico sale ancora: dal 136,7% del Pil nel 2025 al 138,5% nel 2027, per cominciare a scendere solo dal 2028. La Corte dei conti parla di una dinamica «in significativo affanno».
Pesa soprattutto il costo del debito. Quest’anno lo Stato pagherà quasi 97 miliardi di interessi, dieci in più del 2025; nel 2029 supererà i 117. È già più di quanto investe in strade, scuole e infrastrutture, e vale circa due terzi della spesa sanitaria. I rincari dell’energia hanno fatto salire i prezzi e, con essi, i tassi. Secondo la Banca d’Italia, se i tassi sul debito salissero di un punto, in tre anni gli interessi costerebbero circa 12 miliardi in più l’anno. Un debito così alto ci espone anche alla speculazione.
E il quadro internazionale aggiunge rischi: la guerra in Medio Oriente con il blocco dello Stretto di Hormuz, il conflitto in Ucraina, i dazi americani. Eppure il governo sceglie di spendere di più. Grazie a una clausola europea, destinerà circa 29 miliardi nel 2027-28 a difesa e sicurezza energetica. La Commissione europea ha già detto sì (il via libera definitivo dei ministri dell’Unione è atteso a novembre), ma chiede che la maggiore spesa per la difesa sia finanziata in modo stabile, tagliando altrove.
Il calendario spiega la scelta: nessun governo vuole «tirare la cinghia» alla vigilia del voto. La spesa aggiuntiva cade proprio nel 2027-28. Intanto arrivano misure gradite agli elettori: l’abolizione del bollo per molte auto e i ripetuti tagli temporanei alle accise sui carburanti, che la Corte dei conti giudica costosi perché aiutano tutti, anche chi non ne ha bisogno. L’Upb osserva poi che il documento non spiega come verrà finanziata la manovra. Ogni euro di deficit in più, cioè di spesa che supera le entrate, è un euro di debito in più, su cui pagare interessi sempre più cari.
Il rinvio ha una data e una cifra: finita la clausola, avverte l’Upb, dal 2029 servirà una stretta di circa 19 miliardi l’anno per quattro anni. E le stime di crescita del governo, realistiche per il 2027, diventano un po’ ottimiste proprio nel 2028-29, quando il debito dovrebbe scendere. Il risanamento, dunque, arriverà dopo le elezioni. Se la crescita deluderà, la correzione sarà più pesante. Per questo la Corte dei Conti giudica «urgente» migliorare il bilancio pubblico. Con un’economia che quest’anno crescerà intorno all’1%, l’Italia non può permettersi «mance elettorali». Tuttavia, il dibattito sembra guardare altrove. Il debito resta lì, al centro della stanza, ma nessuno ne parla. E chi vincerà le elezioni dovrà pagarne il conto.




