I dazi, le guerre, l’energia: e se il vero problema fossimo noi?

Quali devono essere le caratteristiche delle imprese per affrontare il futuro? Al momento non ci sono risposte certe, se non per il fatto che il tempo sta per scadere
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump - Epa/Will Olivier
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump - Epa/Will Olivier
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In queste settimane, molto comprensibilmente, si discute di dazi, dei loro effetti sull’economia italiana e internazionale e sulle strategie (poco) e azioni (tanto) per affrontare la questione. È tuttavia necessario definire il problema per quello che è: un evento che è piombato sulla nostra economia come altri in passato, così come di nuovi ne arriveranno in futuro: non si tratta di fare una classifica ma a partire, per rimanere negli ultimi anni, dal Covid fino al prezzo dell’energia e alle guerre, continuamente vi sono momenti in cui si manifestano situazioni di discontinuità che certamente vanno affrontate, come si sta cercando di fare attualmente.

Questo rincorrere rischia però di far dimenticare una questione ancora più importante e alla base di tutto: quali devono essere le caratteristiche delle imprese per affrontare il futuro, le cui caratteristiche saranno molto diverse da quelle attuali? Se non si risponde a questa domanda, ogni evento, anche più piccolo di quelli citati, creerà tensione, problemi, difficoltà.

Guardiamo i dazi: da quanti anni si dice che le esportazioni bresciane sono troppo concentrate in pochi Paesi? Sette Paesi, di cui sei europei coprono più del 50% del totale dell’export, mentre i primi quindici (di cui tredici europei) arrivano al 70%. Poche tracce di Paesi rilevanti come India, Canada, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, solo per citarne alcuni. Bisognava proprio aspettare i dazi per ricordarsi che la differenziazione geografica è fondamentale in un mondo dove i cambiamenti geo-politici stanno diventando sempre più frequenti e rilevanti.

Quanto scritto però ancora non risponde alla domanda precedente: quali sono le condizioni che permetteranno alle imprese di affrontare con relativa tranquillità le sfide future? Non ci sono particolari novità nella risposta se non per il fatto che il tempo sta per scadere: capitale umano, innovazione, dimensione, sostenibilità sono parole che pronunciamo ogni giorno, non sempre in modo appropriato ma che devono diventare oggetto di azione immediata con visione non di breve (ricerca di soluzioni tampone per rispondere ai dazi) ma strategica (nella nostra programmazione abbiamo pensato a differenti ipotesi di crescita e sviluppo?).

Il 70% del fatturato è venduto negli Usa - © www.giornaledibrescia.it
Il 70% del fatturato è venduto negli Usa - © www.giornaledibrescia.it

Se il 70% del fatturato è venduto negli USA, è certo che sono molto preoccupato per i dazi ma il problema non sono i dazi, è essere arrivati ad avere una così forte concentrazione di vendite in un’unica area geografica. Se il valore aggiunto dei miei prodotti è molto basso, i dazi sono una mannaia diretta (se esporto) e indiretta, perché arriveranno prodotti molto competitivi da altri Paesi, che hanno lo stesso problema e cercano soluzioni in mercati alternativi.

Per dare risposte concrete in prospettiva servono risorse umane e finanziarie: la dimensione sta diventando un fattore fondamentale. Le imprese devono crescere, diventare almeno medie, per cercare di avere una massa critica che permetta loro di competere anche fuori dai confini nazionali. Crescere per vie interne, per vie esterne attraverso acquisizioni, mettersi insieme per portare avanti progetti comuni: non ci sono tante altre alternative se si vuole rivestire un ruolo attivo nel panorama futuro. La dimensione è fondamentale perché il mercato è cambiato: non è più sufficiente l’idea illuminante di un imprenditore ma è necessaria una forte struttura che la possa portare avanti.

E le piccole realtà? Ci saranno sempre, saranno comunque importanti ma avranno sempre minore autonomia, in quando dipenderanno sempre più da altre e avranno spazi di azione più contenuti, cioè saranno più rischiose. Aumentare la dimensione permette anche di mantenere alcune proprietà in Italia: ogni acquisizione straniera, soprattutto in realtà di dimensioni contenute, comporta l’esportazione, qui senza dazi, di know how, di esperienza, di cultura. In altri termini, un impoverimento della nostra industria.

Crescere è importante perché le sfide citate quali l’innovazione e la sostenibilità, a cui si associa la digitalizzazione richiedono sempre più risorse per essere affrontate in modo adeguato e anche strutture esterne di supporto che, se ben progettate, possono essere di aiuto anche alle piccole realtà, senza però illudersi troppo perché sono indispensabili anche altre condizioni. La più importante è il fattore umano, soprattutto i giovani: si assiste a una significativa fuga di giovani, di cui molti laureati all’estero, perché meglio pagati e con più chiare prospettive di carriera. Questo di per sé non sarebbe un problema, perché le esperienze all’estero sono fondamentali: il problema è che in moltissimi casi non ritornano e non siamo in grado di attirare giovani dall’estero se non in misura molto limitata. Perché?

Bassi stipendi, concezione del lavoro non valorizzata, percorsi di carriera non ben definiti ma soprattutto dimensioni contenute delle imprese e si torna al punto di partenza: chi va all’estero difficilmente finirà in una piccola impresa, salvo che sia una start-up o parte di un gruppo più grande. Questo è il cuore della questione: a Brescia i laureati sono pochissimi, il calo demografico tenderà a ridurli ulteriormente, le sfide che abbiamo visto richiedono personale sempre più qualificato (laureati) che sarà sempre di meno. È necessario muoversi subito per non annoverare questo tema tra quelli critici del futuro: se perdiamo i giovani e restiamo piccoli, i dazi sono l’ultimo dei problemi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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