Il contributo della cultura cattolico-democratica alla vita civile

Qualche tempo fa mons. Gabriele Filippini, autorevole figura della nostra Diocesi, ha svolto su questo giornale considerazioni assai puntuali circa la presenza della cultura cattolica in Italia, sul contributo che essa può offrire alla vita civile e al progresso del Paese.
Una riflessione, la sua, che condivido e che merita ulteriori sviluppi, anche alla luce di quanto scrive un acuto osservatore laico come Luigi Manconi, il quale ha avuto modo di sottolineare come «quella cattolica è forse la sola identità culturale sopravvissuta alla crisi di tutte le ideologie». Va da sé che anche in ambito cattolico permangono tradizioni culturali tra loro distinte se non in taluni casi persino distanti. Quanto alla loro sporgenza in ambito politico è al filone cattolico-democratico che intendo riferirmi, senza con questo voler sminuire contributi di altra provenienza. Resta però che a fronte della crisi d’identità in cui versano la cultura politica socialdemocratica e quella liberale, i cattolici democratici restano saldamente ancorati alla difesa dei principi di giustizia sociale, di pacifica convivenza, di affermazione della libertà, di laicità dello Stato.
Principi oggi sfidati da un processo storico in cui aumentano le disuguaglianze, sono in corso guerre devastanti e la democrazia sembra soccombere alla post-democrazia, nonché all’affermazione di democrature, a pulsioni identitarie che producono integralismi escludenti e divisivi. Quale dunque il contributo che la cultura cattolico-democratica può rendere a conferma della sua vitalità? Anzitutto una forte tensione all’unità a fronte di un Paese come l’Italia oggi alle prese con laceranti contrasti e contraddizioni: enormi disparità economiche, un sistema fiscale che disattende la Costituzione e mina la coesione sociale, la divaricazione tra nord e sud, la discriminazione tra cittadini che produce mancato riconoscimento dei diritti, una giustizia che tutela i forti e penalizza i deboli, una produzione legislativa che con l’autonomia differenziata spacca l’Italia e col premierato assoluto accresce la distanza tra governanti e governati.
Una visione e una pratica della democrazia come partecipazione e non solo come delega, una concezione pluralistica della società e dello Stato, un assetto istituzionale che rifugga da verticalizzazione e personalizzazione, che promuova solidarietà, una disposizione al dialogo retta sulla consapevolezza dell’appartenenza alla casa comune: sono questi i presupposti dai quali muove il cattolicesimo democratico in vista del servizio da rendere al Paese e di una ricomposizione del suo tessuto civile.
Pure quanto all’orizzonte europeo, la tradizione cattolico-democratica e l’umanesimo cristiano dal quale essa trae alimento possono costituire ancoraggi sui quali far leva per restituire all’Europa la sue identità di patria del diritto, di una economia sociale di mercato non succube del neoliberismo, di soggetto abilitato a promuovere un’efficace politica di pace, di trait d’union tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud del mondo. Proprio perché l’Europa più di ogni altro continente ha conosciuto le tragedie di due conflitti mondiali e il portato di due totalitarismi, essa può costituire il banco di prova di una cultura politica all’opposizione di ogni nazionalismo, contraria al ricorso alle armi come strumento di soluzione dei conflitti in nome di una ispirazione universalistica che si prefigge l’incontro tra Stati, popoli, nazioni e non è refrattaria anzi ricerca convergenze coll’umanesimo laico.
A fronte della fossilizzazione delle idee e della preponderanza degli interessi geopolitici cui ci è dato di assistere nei conflitti armati in corso, al di là delle diverse iniziative politico-diplomatiche da sviluppare in vista della loro cessazione, permane infatti come fondamento primo – appunto come principio – il valore della vita di ogni essere umano, sul quale i contendenti alla fine vanno chiamati a rispondere: sulle sofferenze, sui dolori, sulle atrocità causate a chi non porta colpa alcuna o responsabilità, a quelle vittime civili che cadono ogni giorno. La cultura cattolica non ha certo l’esclusiva di questa sensibilità, ma può certamente farsi protagonista della causa dell’umano e della pace nel tempo del disumano e della guerra, delle sue devastazioni morali e materiali.
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