Sembra ieri, ma sono passati cinquant’anni. Bisogna avere una certa età per ricordare quando l’inflazione galoppava a due cifre, quando la spesa aumentava ogni giorno e l’economia frenava bruscamente, al punto che veniva coniata la definizione di «stagflazione» da stagnazione con inflazione. Sì, perché gli economisti che hanno sempre guardato all’inflazione come ad una sorta di eccitazione che accompagna la crescita, scoprivano che c’è anche un’inflazione «cattiva», che brucia i redditi ed impoverisce tutti… O quasi.
Era il 1973 quando il l’aumento del costo della vita stava già sopra il 10%, ma nel ‘74 quasi raddoppiava, salendo al 19,2%. Erano le conseguenze della prima crisi petrolifera e tutto iniziava in Medio Oriente. A ottobre 1973 era scoppiata la guerra del Kippur, gli Usa e i Paesi occidentali si schieravano con Israele e l’Opec, l’organizzazione dei produttori di petrolio, dominata dagli arabi, riduceva la produzione e bloccava le forniture. Così il mondo scopriva quanto dipendeva dai combustibili fossili. L’Italia prese contromisure drastiche: alcune domeniche tutti a piedi, riduzione dell’illuminazione pubblica, orari limitati per negozi, uffici e per le caldaie dei condomini. E si cominciò a parlare di «diversificazione delle fonti energetiche».
Era il primo shock energetico e nei mesi successivi provocò una crescita oscillante ma costante di prezzi e costi. Perché l’inflazione funziona come una grande vasca di Archimede, basta una pressione anche in uno solo punto del sistema per aumentare la spinta verso l’alto. I Governi cercarono di correre ai ripari usando una leva che ancora oggi segna pesantemente la nostra condizione: l’aumento della spesa pubblica attingendo al debito pubblico, che negli anni ‘70 salì dal 37% al 56% del Pil. E quella strada, che sembrava agevole ai Governi che si sono succeduti, portò il debito pubblico italiano a crescere negli anni ’80 fino al 94% del Pil, per poi sforare il 120% nei primi anni ’90.
Solo i patti di stabilità dell’Unione europea riuscirono a frenarlo, dieci anni dopo. Intanto alla prima crisi petrolifera ne seguì una seconda. Nel 1979 l’Iran cacciò lo Scià Reza Pahlavi, appoggiato dagli Usa, e arrivò Khomeyni con Pasdaran e Ayatollah. La crisi internazionale comportò una nuova stretta petrolifera. I prezzi salirono alle stelle e in Italia, nel 1980, si registrò il picco dell’inflazione al 21,2%. Forse dovremmo ricordarci che Arabia ed Emirati diventarono ricchi usando anche quella leva…
Le continue impennate del caro-vita erano moltiplicate dal meccanismo della «scala mobile», che adeguava automaticamente i salari all’inflazione. Introdotta nel ‘45 per far fronte alle convulsioni post-belliche, restò in vigore fino al 1992, anche se già dal 1984 il Governo Craxi l’aveva limitata e un referendum confermò quella scelta nel giugno dell’85. L’uscita della lira dagli accordi europei nel ’73, dopo la fine del sistema monetario internazionale nel ’71, con ondate successive portò la «grande svalutazione»: ne guadagnò l’esportazione ma la pagammo con un’inflazione ancor più elevata. Non era bello svegliarsi ogni giorno un poco più poveri.
Sono passati cinquant’anni dalla prima volta e 45 dalla seconda, eppure tutto sembra ripetersi allo stesso modo. Comincia con una crisi in Medio Oriente (stavolta l’attacco di Israele e Usa all’Iran), prosegue con una stretta petrolifera, trasporti e distribuzione vanno nel panico, le bollette energetiche diventano pesanti, i prezzi schizzano alle stelle, le piazze si infiammano… L’opinione pubblica chiede aiuti e i Governi pensano a una maggiore flessibilità di bilancio, che poi significa altro debito pubblico. Mentre resta sullo sfondo il refrain della diversificazione delle fonti energetiche.
Ma nel frattempo l’Italia è cambiata. Oggi si parla di carrello della spesa, mentre negli anni Settanta e agli inizi degli anni Ottanta, i supermercati erano una rarità e i centri commerciali non esistevano. Il costo della vita si misurava sui cartellini, quando c’erano, dei negozi di quartiere e di paese. La prima legge sui registratori di cassa e gli scontrini è del 1983, ed è a suo modo figlia delle proteste contro il caro-vita. La grande distribuzione commerciale è nata dopo, e in parte anche con la promessa di porre un freno ai prezzi. Il passaggio dal negozietto al bancone comportava una standardizzazione della spesa che il «paniere» previsto dall’Istat per i suoi calcoli rilevava nel dettaglio.
Oggi non esistono carrelli paragonabili e la spesa è assai personalizzata, come dimostrano le profilazioni delle piattaforme web; la distribuzione si adegua con discount e campagne di sconti. Allora benzina e gasolio – che costava assai meno – avevano un prezzo fissato dal Governo (la liberalizzazione avvenne nel 1991). Oggi si chiede un tetto ai prezzi, una riduzione delle accise, una tassa sugli extraprofitti, ma a nessuno verrebbe mai in mente di proporre domeniche senz’auto. E anche sulla diversificazione delle fonti energetiche si registrano reazioni controverse. Speriamo di non vedere l’inflazione salire alle quote di quegli anni, di cavarcela anche stavolta, e che la prossima sia fra cinquant’anni.




