Se davanti agli scaffali dei supermercati disagio e ansia si percepiscono dagli occhi dei clienti e dalle indecisioni negli acquisti, davanti ai bancali del mercato le preoccupazioni non hanno filtri. «Per quanto potremo andare avanti così?», si chiede con retorica un’anziana di fronte a pomodori in vendita a quasi otto euro al chilo. L’interlocutore è un venditore di frutta e verdura. «Non lo sappiamo neppure noi, sono tempi difficili».
«Hard times», come il romanzo col quale Charles Dickens critica ferocemente la società industriale e alla filosofia utilitaristica dell'epoca vittoriana. Due secoli dopo le tensioni di fondo sono le stesse: il costo umano della dipendenza dalle risorse energetiche, la freddezza della logica algoritmica applicata alla vita quotidiana e la vulnerabilità delle fasce sociali più deboli di fronte alle speculazioni economiche.
Ormai non è solo una percezione tra i corridoi degli store o nei mercati rionali: prima la crisi energetica, poi le guerre, infine l’inflazione galoppante hanno presentato una combinazione micidiale con prezzi al consumo a livelli record e una preoccupante carenza di alcune tipologie di prodotti (che per ora avvertono solo gli addetti ai lavori, ma presto potrebbero esserci effetti tangibili per il consumatore).
In provincia i «buchi» temporanei negli scaffali restano lontani, ma al nostro quotidiano il direttore dell’Ortomercato di Brescia Marco Hrobat ha rivelato che «la quantità di merce non è quella che dovrebbe essere. La poca offerta che c’è fa aumentare le problematiche della logistica e quindi anche i prezzi». Perché oltre alle speculazioni e alle dinamiche globali, la filiera ortofrutticola inizia ora a pagare le anomalie climatiche e gli eventi meteo estremi che hanno colpito le regioni del sud e del nord Italia. Coi volumi dei raccolti drasticamente ridotti ecco il vuoto d’offerta o, nella migliore delle ipotesi, il rialzo dei prezzi spinto dall’inflazione.
Così da settimane a pesare in maniera evidente anche per i bresciani è il carrello della spesa. «Ormai non guardo neanche più le offerte, che restano comunque un prezzo troppo alto. So già cosa devo acquistare e a quanto. Oltre non vado», confessa una donna alla cassa. Se nemmeno il tipico cartellino rosso acchiappa-clienti riesce più a far breccia, forse siamo di fronte ad un cambiamento sociale e antropologico prima che economico.
D’altronde se i pomodori sono diventati il simbolo del caro prezzi in Italia e in Europa, il trend non ha risparmiato ogni altro bene di prima necessità: olio d’oliva, prodotti da forno, altri ortaggi e molti frutti. Le prime stime delle associazioni dei consumatori certificano un aumento della spesa alimentare media di una famiglia bresciana per centinaia di euro su base annua, costringendo molti a rivedere le proprie abitudini e a orientarsi sempre più verso i discount o i prodotti a marchio privato. Ma a volte neppure quello basta, per nutrirsi come consiglia l’Oms. Non è ancora la tempesta perfetta, ma ci siamo vicini.




