Cop29, insuccesso annunciato ma necessario per un futuro green

Neft Dasları (Oil Rocks), domenica 24 novembre 2024. Pum, Pum! Il vento gelido spazza il mare increspato. Un camion si muove lungo una strada sospesa sull’acqua allontanandosi lentamente da una serie di vecchi edifici grigi. Il ponte oscilla all’incedere del mezzo di trasporto, disegnando una danza che lentamente viene inghiottita dalla fitta nebbia che sembra nascere dalle cupe onde del mare. Lunghi tubi viola e gialli affiancano i 3000 km di ponti che uniscono isole di acciaio costruite artificialmente a partire dalla fine degli anni ’40.
Al centro c’è un agglomerato di edifici che è in grado di ospitare fino a 2000 persone ma che, negli anni ’60 era occupato da circa 5000 abitanti. Stazioni di pompaggio si alternano ad abitazioni per il personale, a luoghi di intrattenimento come cinema, teatri, giardini o aree sportive. In un fatiscente campo da calcio, alcune persone si distraggono correndo in lungo ed in largo. Alle loro spalle si vede un tipico affresco sovietico con il profilo di due persone ed un operaio sullo sfondo che lavora alle piattaforme. Un po’ incrostato. Un po’ annebbiato. Ed intanto il rumore delle pompe continua incessante.
Le origini
Oil rocks è una città costruita nel Mar Caspio dopo che, il 7 novembre 1949, venne scoperto un importante giacimento petrolifero a 1.100 metri di profondità. Divenne la prima piattaforma petrolifera offshore al mondo. Da allora si è sviluppata ed ha continuato a produrre gas e petrolio, all’inizio per l’Urss ed ora per l’Azerbaigian. Ad oggi la quantità estratta si è ridotta, alcune infrastrutture sono diventate fatiscenti, ma le attività continuano ad andare avanti.
La città rappresenta il simbolo della forte dipendenza che l’Azerbaigian ha dalle esportazioni di petrolio e gas. Infatti, i combustibili fossili rappresentano oltre il 90% dei proventi da esportazioni, il 60% delle entrate pubbliche e il 35% del Prodotto interno lordo.
A 86 km da Oil Rocks, un uomo con naso aquilino, capelli bianchi, occhiali ed un completo blu picchia il martello sul tavolo. Pum, Pum! Ed esclama: «Adopted!».
Nella capitale dell’Azerbaigian, Baku, si è chiusa nei giorni scorsi la Cop29, la principale conferenza delle parti sul clima, giunta alla 29esima edizione. Mukhtar Babayev, ministro dell’Ambiente e delle Risorse naturali dell’Azerbaigian ed ex alto dirigente della compagnia petrolifera nazionale, è il presidente della Cop29, dove ha portato in approvazione il nuovo obiettivo di finanza climatica per aiutare i Paesi in via di sviluppo nella lotta contro il cambiamento climatico (il cosiddetto New Collective Quantified Goal on climate finance, sintetizzato con l’acronimo NCQG). Servono infatti risorse affinché gli Stati possano investire per facilitare la transizione, mitigare le emissioni e per costruire infrastrutture per l’adattamento. E i Paesi in via di sviluppo saranno il teatro dell’incremento delle future emissioni.
È importante cercare di investire in questa direzione per migliorarne la efficienza energetica. Uno degli obiettivi principali della Cop29 consisteva proprio nell’identificare quale sarebbe stato l’ammontare destinato ai Paesi in via di sviluppo. L’accordo finale ha portato a un impegno da parte dei Paesi sviluppati di stanziare 300 miliardi annui entro il 2035. Si auspica anche che, sempre entro la medesima data, si potranno mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari all’anno a livello globale, utilizzando un’ampia varietà di fonti pubbliche e private, ancora tutte da definire.
Come è stato scritto da alcuni autorevoli economisti, la Cop29 è stata, nel complesso «un insuccesso annunciato», dove il tema della mitigazione è andato in secondo piano, rallentando il processo di transizione dalle fonti fossili lentamente avviato dalle precedenti conferenze.
Criticità
I problemi sono molti: da un lato la situazione geopolitica globale di frammentazione non aiuta certamente gli Stati a cooperare. L’elezione di Donald Trump ha sicuramente spostato le prospettive della politica degli Stati Uniti in ambito ambientale. In scia alla nuova politica americana hanno seguito altri Stati meno propensi agli investimenti green. Si torna a percepire la tematica del cambiamento climatico come lontana (anche se i recenti eventi a Valencia e in Emilia Romagna ci raccontano forse un’altra storia) rispetto ai timori per i conflitti attuali e per quelli potenziali, con le conseguenti preoccupazioni per la sicurezza, la de-industrializzazione, la dipendenza energetica ed economica, i dazi. Sicuramente non ha giovato che in contemporanea si sia svolto un G20 dedicato a temi ritenuti più urgenti: gli osservatori volgevano lo sguardo una volta a Baku e due volte a Rio. Insomma, la Cop29 è nata male in un contesto già sfavorevole ed in un ambiente (volutamente?) distratto.
Bisogna dire che dal punto di vista negoziale le montagne russe delle Cop sono un aspetto abbastanza normale degli accordi di cooperazione. Come si suole dire: «Roma non fu costruita in un giorno». E la stessa Unione Europea ha necessitato anni di accelerazioni e rallentamenti ed anche oggi continua lentamente il suo processo. Persino il Green deal è uscito dai radar della politica comunitaria. Maggiore è il numero di Stati da portare ad un accordo e più difficile e tortuoso sarà il percorso da seguire Insomma, come molte altre Cop, quella di Baku sembra una virgola in un capitolo di un libro: apparentemente superflua, ma necessaria per comprendere il senso del racconto. In attesa che il prossimo anno inizi un nuovo paragrafo.
Nel frattempo, a 86 km da Baku, un uomo con naso aquilino, capelli bianchi, una tuta da operaio picchia il martello su tubi che trasportano il petrolio. Si ferma. Si asciuga la fronte e cerca il sole, attraverso la fitta nebbia di Oil Rocks che sembra ingoiare il mondo.
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