Perché servono i vertici sul clima

Comincia oggi a Baku, in Azerbaijan - patria del gas fossile - la Cop29. Obiettivo: trovare i fondi per la transizione ecologica del Sud del mondo, nel primo anno della storia in cui si potrebbe oltrepassare la soglia di allarme dei +1,5°C.
Provate a fare un esperimento: oggi, dopo aver letto questo articolo, chiedete alle prime tre persone che incrociate se sappiano cosa sia la Cop29 per il clima, o se abbiano idea che sta per cominciare, nelle prossime due settimane, dall’undici al ventidue novembre.
Negli ultimi anni questi appuntamenti internazionali hanno guadagnato un po’ più di attenzione mediatica, ma insieme a quella è emerso anche un sano scetticismo: davvero ha senso riporre fiducia in queste riunioni di condominio su scala planetaria, con interessi così contrastanti, e con un pianeta mai così spaccato come ora sul piano geopolitico da molto tempo a questa parte?
Come se non bastasse, si aggiunge a questo la fresca rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, che già una volta ha fatto uscire gli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi - l’unico, fragile accordo mondiale per limitare l’aumento di temperatura al di sotto dei +2°C - e che promette di farlo di nuovo.
Eppure, la Conferenza delle Parti - questo l’acronimo di Cop - rimane l’unico appuntamento su scala globale per fare i conti con il futuro, ma soprattutto il presente della nostra specie su questo pianeta, sul nostro modello di sviluppo e su cosa dovremmo fare per superare la crisi climatica.
Nei prossimi undici giorni, a Baku, in Azerbaijan, si troveranno i rappresentanti di 198 Paesi del mondo per proseguire i negoziati climatici.
Cominciamo con il chiarire un aspetto: i temi da trattare sono così tanti, e gli accordi da concludere talmente ampi, che a ogni Cop ci si può concentrare solo su alcuni di essi.
In più, quest’anno il vertice sarà ospitato per il terzo anno consecutivo in uno Stato dalla forte economia fossile. Dopo Cop27 in Egitto, con molti giacimenti di gas (in parte di comproprietà di Eni), e Cop28 a Dubai, terra di petrolio e di gas, ora tocca all’Azerbaijan - da cui anche l’Italia importa molto gas tramite il gasdotto Tap. E siccome la Nazione ospitante presiede i lavori e fa da arbitro del negoziato, difficile sperare che si parli apertamente di riduzione dei combustibili fossili essendo centrali nell’economia di Baku.
Per questo motivo, alla Cop29 l’obiettivo principale sarà finanziario: trovare i soldi per la transizione, specialmente per i Paesi meno sviluppati. Ormai da anni è chiaro come parlare di clima e transizione significhi un grande trasferimento tecnologico ma anche e soprattutto di risorse verso sud. Solo nel 2022 è stato raggiunto l’obiettivo dei 100 miliardi all’anno da parte dei Paesi più ricchi, promesso già nel 2009. Ma la crisi climatica è già qui, e i conti sono stati aggiornati: ora l’obiettivo per il 2025-2030 è di 1.000 miliardi di dollari l’anno per i Paesi più vulnerabili, il cosiddetto New Collective Quantified Goal.
Le aspettative non sono altissime per questa Cop29, e molti capi di stato - Biden, von der Leyen, Lula - hanno già fatto sapere che non passeranno dalla capitale azera. Diversi leader stanno già guardando all’anno prossimo, alla Cop30 che sarà ospitata in Brasile, dove si potrà parlare finalmente e meglio dell’elefante della stanza che causa i devastanti eventi estremi che appaiono sempre più spesso davanti ai nostri occhi - dalla Romagna a Valencia - ossia i combustibili fossili. Da cui saremmo tecnologicamente già pronti a liberarci anche secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia: la previsione infatti è che metà dell’energia elettrica mondiale potrà essere prodotta da fonti pulite entro il 2030.
Ma proprio in un mondo così frammentato, sono le Cop l’unico spazio in cui Stati piccoli, o vulnerabili, possono far sentire la propria voce - a volte un vero e proprio grido d’aiuto - di fronte al rischio di un mondo sempre più in fiamme.
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