Conte parte in pole position nelle primarie del campo largo

Lo scrutinio delle schede del referendum costituzionale non era ancora terminato (anche se l’esito era ormai evidentissimo) ma il leader del M5s Giuseppe Conte era già in conferenza stampa a tracciare il futuro del "campo largo", che a suo avviso deve basarsi su un programma ma anche sulla scelta dell’aspirante premier da fare con primarie apertissime, cioè non solo rivolte a tutti (l’argomento implicito è che anche elettori non di centrosinistra hanno votato "no") ma anche online.
In pratica, il meccanismo che - un po’ meno aperto, ma simile - portò la Schlein a battere Bonaccini al tempo di scegliere il segretario del Pd. Bonaccini aveva la maggioranza fra gli iscritti (52,9% dei voti contro il 34,9% della Schlein, col resto diviso fra Cuperlo e De Micheli) ma nella consultazione con gli elettori, molto più "aperta", vinse la Schlein con 82mila voti di scarto (53,8% contro 46,2%) su quasi un milione e centomila preferenze espresse.
Qualcuno disse maliziosamente, allora, che l’apporto di elettori di Avs e magari anche dei Cinquestelle aveva aiutato la Schlein, ma è solo un’illazione che non ha alcuna importanza. Quel che vale, invece, è che Conte è molto più popolare del suo partito, che è in grado di pescare consensi in un pezzo del Pd e in una parte di Avs, mentre la Schlein non sembra in grado di fare altrettanto (anzi, nel Pd c’è chi vorrebbe un altro candidato o candidata di stampo riformista, che di certo sottrarrebbe altri consensi alla segretaria).
Conte sa di potersi giocare la partita di una leadership non solo formale del "campo largo" anche perché il centrodestra sta preparando una legge elettorale che indica il "capo della coalizione": un problema che nell’attuale maggioranza di governo non si pone, perché in quel polo il capo è chi ha più voti, mentre a sinistra il "principio gerarchico" è messo sempre in discussione.
Le motivazioni che hanno spinto Conte a mettere subito il tema sul tavolo sono tre. La prima è quella di trascinare la Schlein su questo terreno e di impedirle di restringerle il perimetro di primarie che devono poter attrarre voti da ogni dove, in modo da favorire - almeno in teoria, perché in un ballottaggio non si sa davvero chi prevarrebbe - il capo pentastellato.
La seconda è che chi diventa leader della coalizione e candidato alla presidenza del Consiglio ha un forte effetto traino nelle urne: a destra lo sanno e non gradiscono affatto - nella Lega e in Forza Italia - che il nome di spicco sia quello della Meloni (la quale potrebbe drenare voti dagli alleati già ridotti a percentuali non esaltanti, di fronte al colosso FdI); nel campo largo c’è chi ricorda che Rutelli, nel 2001, da candidato premier, portò molti voti alla Margherita proprio per questo effetto di forte visibilità (quindi, Conte pensa che l’11-13% del M5s possa crescere anche fino al 16, facendo calare il Pd al 19-20, riequilibrando i pesi interni ad una coalizione che invece oggi è dominata dai voti del partito della Schlein). La terza ragione è che Conte non ha mai accettato di lasciare Palazzo Chigi.
Nel 2018 ci è arrivato per caso, restando sempre il "notaio" dell’alleanza giallo-verde (M5s-Lega) finché Salvini non ha provato a disarcionarlo per andare ad elezioni anticipate. Non l’avesse mai fatto: Conte attaccò in Aula l’allora ministro dell’Interno, gli fece fare una pessima figura e poi andò a presiedere un governo giallo-rosa con M5s e Pd. Renzi, che già nel 2020 l’avrebbe mandato a casa se non ci fosse stato il Covid, nel 2021 riuscì a far cadere il governo e a favorire la nascita dell’Esecutivo Draghi di larghe intese (cosa che Conte accettò suo malgrado e solo perché fu Grillo a dare il via all’ex presidente della Bce). Da allora, pur non dicendolo, Conte si è sempre comportato come se a Palazzo Chigi fosse arrivato un usurpatore: prima affossò la candidatura di Draghi al Quirinale (con la complicità di Salvini), poi suscitò la crisi di governo (avallata dal centrodestra, che non chiedeva di meglio per andare al voto anticipato e vincere).
Con la Meloni non c’è stato un rapporto migliore che con Draghi, anzi la dialettica opposizione-maggioranza ha inasprito i toni, anche se non soprattutto in politica estera. Oggi Conte vede uno spiraglio per tornare a casa, cioè a guidare il governo. Ecco perché sembra più duttile e possibilista sul programma e perché si muove anche a livello internazionale, cercando di far valere l’esperienza a Palazzo Chigi e l’attitudine che la Schlein non può vantare (e che forse non possiede affatto). Non si sa come finirà la partita, perché nel Pd hanno fiutato la trappola e tentano un arrocco, ma per un anno non sentiremo parlare d’altro. Sempre che, in caso di primarie, la parte sconfitta non faccia come nel 2022 in Sicilia, quando il M5s minoritario nei gazebo si ritirò dalla coalizione di centrosinistra, facendola saltare.
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