Opinioni

L’Europa è ostaggio dei veti mentre il mondo corre avanti

A detta di molti, la regola dell’unanimità è il cardine dell’impotenza europea: Meloni è rimasta quasi sola a difenderla
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

Giorgia Meloni durante il Consiglio europeo a Bruxelles - Ufficio stampa Palazzo Chigi
Giorgia Meloni durante il Consiglio europeo a Bruxelles - Ufficio stampa Palazzo Chigi

È cominciato male il Consiglio europeo: su bilancio ed energia le posizioni sono distanti, «mai così tanto» come confessa il presidente del Parlamento Metsola. A gelare l’atmosfera di quanti sono andati a Bruxelles con l’intenzione, che è di Giorgia Meloni, di un bilancio comunitario e di una maggiore flessibilità che affronti le emergenze del momento, a cominciare dai costi energetici, è stato soprattutto il cancelliere Merz il quale considera insufficienti i tagli al bilancio proposti dalla presidenza irlandese, quegli stessi tagli che sono considerati abnormi dai cosiddetti paesi «amici della coesione», ben diciassette, capifila Italia e Romania.

Quindi tutto sta al negoziato in corso sui due binari che sarà durissimo e che non è detto che arrivi ad un risultato. Noi Italia chiediamo flessibilità sul caro energia e Bruxelles risponde picche («potete usare i titoli di Stato»), chiediamo sostegno alla Politica agricola comune e la Coesione che sono invece i capitoli di Bilancio più tartassati, chiediamo di riformare e alleggerire gli Ets – i titoli a carico di chi inquina di più – e ci rispondono finlandesi, danesi e svedesi che gli Ets sono «il vero motore della transizione climatica», guai a chi li tocca.

Eppure il rischio che la «decarbonizzazione» pensata quando non c’erano le guerre, «non può trasformarsi in deindustrializzazone dell’Europa a vantaggio dei cinesi» come ha detto in Senato la premier italiana. Ne sono tutti persuasi ma non c’è accordo su come affrontare la salita: le spese per la difesa devono aumentare, e anche di parecchio, il Continente è ingabbiato in una logica di difesa dalla guerra ibrida russa già in corso proprio mentre la sua economia paga prezzi altissimi alla congiuntura geopolitica ma anche alle stesse ambizioni, forse eccessive, che ci si era dati per fare dell’Europa la capofila di una strategia di mitigazione delle conseguenze della crisi climatica.

Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it
Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo - Foto Epa/Olivier Hoslet © www.giornaledibrescia.it

Ma su tutto, come un’ombra di Banco, si estende il timore per quel che accadrà con le elezioni dell’anno prossimo con la possibilità che la destra sovranista anche estrema conquisti i governi di Francia, Polonia, Spagna, una compagnia in cui Giorgia Meloni risulta la più moderata e soprattutto quella che ha un approccio pragmatico all’Europa: quando avverte che non concederà a qualunque condizione la firma dell’Italia al bilancio pluriennale 2028-2034 e magari solo per rispettare le date prefissate, non lo fa in termini ideologici ma per avere una postura negoziale il più possibile vantaggiosa.

E qui si arriva al punto della regola dell’unanimità che, a giudizio (quasi) unanime è il cardine dell’impotenza europea: Meloni è rimasta quasi sola a difendere il diritto di veto, tanto è vero che lo sta minacciando proprio sul bilancio. Ma la sua stessa polare, ha detto l’altro giorno in Senato rispondendo a Mario Monti, non è accodarsi a chi è più forte, ma difendere il ruolo dell’Italia. C’è da aggiungere che questa posizione si capisce anche dando una prima occhiata dal documento di Bilancio che Roma ha inviato a Bruxelles, una manovra da 23,5 miliardi, dunque più che snella, altro che «finanziaria da anno elettorale». I partiti di maggioranza stanno promettendo la qualunque ma dovranno essere delusi da Giorgetti: basta considerare che i fondi, oltre a quelli già concessi in termini di flessibilità, verranno dalle banche e dai giochi. Oggi in Consiglio ci sarà Zelensky all’insegna di altre prove di decisione.

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