Con la cultura non si mangia, ma per la cultura si litiga
Con la cultura, forse, non si mangia, ma di sicuro per la cultura si litiga. Si litiga a tal punto che da quindici anni si dibatte se il ministro Giulio Tremonti abbia davvero detto quella frase sulla cultura che non dà da mangiare, al termine di un Consiglio dei ministri dopo aver tagliato i fondi al suo collega Sandro Biondi.
La cultura è terreno di liti continue, negli ultimi tempi ancora di più. Sì va da Donald Trump, che fa uscire gli States dall’Unesco, al botta e risposta fra Omar Pedrini e la sindaca di Brescia Laura Castelletti, coda avvelenata dell'anno da Capitale della cultura. In mezzo ci stanno le diatribe del ministro Alessandro Giuli con attori, scrittori, registi. E la polemica bresciana sulle mostre, quanto costano e quanti visitatori attirano. Destra o sinistra, popolare o elitaria, per merito o «amichettismo»... Spesso sono questioni che si trascinano da tempo, come nei rapporti altalenanti fra Usa e Unesco, che da almeno quarant’anni si scambiano reciproche accuse.
Gli americani uscirono dall'organizzazione dell'Onu nel 1984 con Ronald Reagan e rientrarono nel 2003 con George W. Bush, poi bloccarono i finanziamenti nel 2011 con Barack Obama. Oggi Trump accusa l'Unesco di essere antisemita, pro-palestinese, globalista e antiamericana. Non è difficile comprendere la questione dal punto di vista dello smagato tycoon: se pago voglio comandare. Questione di soldi e di potere. Anche a livello nazionale.
Il ministro Dario Franceschini aveva puntato a rilanciare i musei affidandoli a direttori scelti a livello internazionale, il suo successore Gennaro Sangiuliano si è prodigato subito di innalzare la bandiera nazionalista rimettendo solo dirigenti italiani. Franceschini puntava ad accrescere i visitatori con ingressi gratuiti in giornate strategiche, Sangiuliano ha fatto marcia indietro, seppure a zig-zag. Poi si è litigato per i concorsi letterari, per gli inviti alle fiere internazionali, per i finanziamenti all'industria cinematografica e per molte altre questioni. Gli esponenti del cinema sono riusciti a litigare con il ministro Giuli, per interposta Geppi Cucciari, persino nei solenni saloni del Quirinale, alla consegna dei David di Donatello.
Sono seguite le polemiche sul declassamento del Teatro della Pergola di Firenze, in dispetto al direttore Stefano Massini. E ora ecco, sul fronte opposto, il governatore pugliese Michele Emiliano che si autonomina ai vertici del Petruzzelli e dei teatri di Bari. E il Ministero a chiederne ragione. Franceschini aveva promosso una legge che finanziava gli acquisti delle biblioteche nelle librerie locali, Sangiuliano l'aveva cancellata, ora Giuli la rilancia, chiamandola Piano Olivetti e stanziando la stessa cifra di Franceschini, trenta milioni di euro. L'impressione è che si miri a piantare bandierine più che a proporre idee. Il tutto in nome di una non meglio identificata egemonia culturale, di destra o di sinistra, con entrambi i fronti ad accusarsi di sprechi e nefandezze.
Anche a Brescia non ci siamo lasciati mancare le diatribe. La più evidente riguarda le mostre di Brescia Musei, in particolare quella sul Rinascimento, messa sotto accusa da Fratelli d'Italia per essere costata «molto» (un milione di euro) ed avere avuto «solo» 26mila visitatori. Qualcuno vuole tornare alla stagione della Grandi Mostre? Quella che venne accolta con esuberanti entusiasmi e finì in polemiche roventi, a carte bollate? A contare sono il mercato e le apparenze? Forse sì, visto che l'ultima moda in campo bibliofilo è di comperare libri antichi o vintage un tanto al metro per scaffali da esibire su Instagram.
Si dovrebbe fare così anche per le mostre? Ecco un altro terreno di discussione. Sta diventando un metodo, per molti amministratori pubblici, valutare un'iniziativa confrontando i costi con gli incassi e la partecipazione. Metodo apprezzabile perché agli amministratori si chiede di far quadrare i conti. Ma non può essere l'unico, perché la cultura è un investimento che dà frutti in tempi lunghi, è anche terreno di ricerca e sperimentazione, di promozione per patrimoni da riscoprire e novità da scoprire.
La parabola stessa di Brescia, da città «ricca e ignorante» a capitale nazionale della cultura, e con i risultati ottenuti, dovrebbe insegnarcelo. Nel dibattito-lite sulla cultura italiana, qualche volta fanno capolino anche voci sagge. Quella dell'archeologo e classicista Andrea Carandini, ad esempio, che invoca: basta risentimenti, il patrimonio culturale non è di destra o di sinistra, è di tutti, invece facciamo «una guerra civile al rallentatore, senza lungimiranza e visione». «Dobbiamo darci una svegliata», è il consiglio di Carandini.
Patrimonio da valorizzare e progetti da mettere in campo, a fronte di risorse scarse e maldistribuite. Questa la sfida, se proprio ci si deve confrontare. Magari andando oltre il metodo rassicurante e ripetitivo (anche negli esiti) dei bandi. È un approccio tendenzialmente ricettivo ma non propositivo, e spesso lascia da parte proprio chi avrebbe maggior bisogno di sostegno. Ecco un altro bell'argomento per litigare.
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