Un click per la democrazia: la sfida del voto elettronico

Un possibile antidoto all’astensionismo potrebbe essere quello di permettere ai cittadini di votare via internet, attraverso il proprio computer da casa
La gente potrebbe esprimere il proprio voto dal computer di casa - © www.giornaledibrescia.it
La gente potrebbe esprimere il proprio voto dal computer di casa - © www.giornaledibrescia.it
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L’astensionismo è un fenomeno che non aiuta la democrazia, per almeno due motivi: i regimi democratici vivi sono quelli dove tutte le forme di partecipazione sociale e politica (incluso il voto) si sviluppano e danno linfa al sistema, rendendo i cittadini protagonisti delle scelte pubbliche; in un clima di sfiducia generale verso la classe politica, avere un Parlamento eletto col concorso di appena il 63,91% degli aventi diritto (2022: alle europee si è scesi addirittura al 49,69%) non aiuta governo e partiti a sentirsi legittimati (anche se si proclamano tali) perché chi vince le elezioni rappresenta sì e no il 25-30% dei nostri connazionali.

Ci sono molti sistemi per aumentare la partecipazione, agendo per esempio sulle fasce di popolazione che hanno difficoltà a recarsi alle urne per ragioni di salute o altri vari impedimenti (momentanei o permanenti), perciò in parecchi paesi si adotta il voto postale (che però da noi si usa solo per gli italiani all’estero e funziona alquanto male, per svariati motivi). Il voto per posta da noi non è proponibile, ma in altre realtà funziona molto bene: negli Usa funziona fin «troppo», perché Trump lo vorrebbe abolire (in quanto è usato principalmente dagli elettori democratici, quindi dai nemici dell’autocrate statunitense) anche se favorisce la partecipazione (non assicurata se il voto fosse solo in presenza) di milioni di persone.

Alcune schede elettorali - Foto Luca Zennaro
Alcune schede elettorali - Foto Luca Zennaro

Scartato il voto postale, si potrebbe però tentare di portare una volta tanto l’Italia all’avanguardia fra le grandi democrazie, adottando il voto elettronico (oggi in uso da parecchi anni solo in Estonia), via internet (con identificazione tramite carta d’identità elettronica o Spid). L’iniziativa potrebbe – come si accennava – permettere a tante persone impossibilitate a votare per i motivi più svariati di utilizzare il personal computer, come si fa del resto anche con le transazioni bancarie (anch’esse operazioni delicate).

Per evitare di ampliare troppo la platea si potrebbe iniziare ammettendo il voto elettronico solo su richiesta dei singoli (inoltrata tramite posta certificata) e limitata ad alcune categorie di aventi diritto; la prima prova potrebbe essere fatta in occasione dei referendum abrogativi (per i quali le firme si raccolgono già on-line), per passare alle comunali, alle regionali e infine – in caso di successo – alle politiche. Questo percorso a tappe potrebbe essere utile per ottenere riscontri sul funzionamento e sull’efficacia pratica, sociale e numerica (in termini di aumento dell’affluenza).

Tuttavia, in questo modo, si immetterebbe verosimilmente nel «mercato elettorale» almeno un 5-10% di elettori che oggi non vanno alle urne: questo potrebbe essere un motivo di preoccupazione per i partiti, perché i rapporti di forza (non sappiamo come: forse i non votanti attuali hanno le stesse preferenze dei votanti, forse no) potrebbero cambiare.

In quest’ultimo caso, gli sconfitti griderebbero al broglio elettronico (c’è sempre chi non sa perdere, come fece Trump al momento dell’elezione di Biden, ma anche come accadde nel 2006 quando Prodi e il centrosinistra vinsero le elezioni politiche con pochi voti di margine). Eppure, siccome per anni abbiamo sentito esponenti di svariati partiti chiedere a gran voce – ad ogni occasione – di «dare subito la parola agli italiani e votare», perché non allargare la platea dei partecipanti a chi vorrebbe andare alle urne ma per varie ragioni non riesce a farlo?

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