Chiesa e fine vita, non si confonda l’etica con la mancanza di umanità

In «La Grazia» Paolo Sorrentino affronta in tema in modo mirabile, ma si può applaudire anche senza condividere il messaggio veicolato dal film
Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino «La Grazia»
Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino «La Grazia»
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Uno dei primi film a trattare il tema è stato «Bella addormentata» di Marco Bellocchio nel 2012. La pellicola raccontava le ultime settimane di Luana Englaro, in coma da alcuni anni: bisognava decidere se «staccare la spina», come si diceva…Il film raccontava i diversi punti di vista al proposito, ma quello narrato con meno convinzione era proprio quello cattolico.

Lo scorso anno il film di Pedro Almodovar «La stanza accanto», premiato a Venezia col Leone d’oro, raccontava dell’aiuto a morire dato a una persona terminale da parte di un’amica carissima. L’emotività suscitata dalla vicenda filmica, ben trattata, portava evidentemente acqua a quel mulino che macina motivi favorevoli ad una legge che introduce l’eutanasia.

Ma non è finita: lo dimostra il film, recentemente nelle sale, intitolato «La Grazia», magistralmente diretto dal regista Paolo Sorrentino e recitato superbamente da ottimi attori, a cominciare da Toni Servillo nel ruolo del protagonista e da Anna Ferzetti in quello di sua figlia Dorotea.

La vicenda è credibile e affascinante: Mariano De Santis è il Presidente della Repubblica Italiana giunto ormai alla fine del suo mandato, il celebre «semestre bianco». De Santis è un giurista di fama, docente universitario, cattolico convinto e integerrimo nelle sue certezze giuridiche e morali: per questo è soprannominato «cemento armato». Prima di lasciare il Quirinale, tallonato dalla figlia, pure giurista, si trova a dover accettare o respingere due domande di grazia da parte di due detenuti e a dover firmare la legge sull’eutanasia. Il Presidente tergiversa soprattutto per quanto riguarda l’eutanasia, tormentato dal dubbio: «Se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un omicida». Per di più questo dubbio istituzionale si intreccia con quello più privato e intimo che riguarda un tradimento da parte della sua amata e defunta moglie Aurora.

Attorno a lui ruotano tanti personaggi credibili: un’amica del liceo, il capo dei Granatieri, un colonnello dell’Esercito, il Presidente del Consiglio, il Ministro della Giustizia, un Papa di colore che si muove in scooter…e tanti altri.

Alla fine il Presidente lascia il suo incarico dopo aver firmato. Certamente si tratta di un film che, in questi nostri anni di certezze e decisionismi, mette in rilievo il valore del dubbio, almeno di fronte alle questioni capitali dell’esistenza.

Ma c’è un punto dolente sul quale è opportuno non essere ingenui né superficiali: proprio perché è un film bello che meriterebbe di essere considerato un capolavoro, non è «neutro»: alla fine tutto pesa a favore dell’eutanasia, non fosse solo che per ragioni estetiche. Ma l’estetica non può essere il fondamento dell’etica. Dal punto di vista morale, fra l’altro, anche la neutralità sarebbe da evitare: non si può mettere sullo stesso piano il bene e il male. Il carnefice e la vittima. Ed è qui l’aspetto più delicato: la Chiesa continua a considerare il valore della vita prioritario rispetto a quello della morte, per quanto giustificata da atti che si definiscono misericordia, pietà, compassione, umanità…

Il magistero della Chiesa non è disumano quando respinge le proposte di facilitazione del «fine vita» perché non si tratta di un «no» isolato ad una prassi, ma piuttosto la considerazione di tanti altri aspetti che il film «La Grazia» non considera e che sono determinanti per considerare la vita più preziosa della morte, pur invocata: le cure palliative, l’organizzazione dell’assistenza, i bisogni psicologici, le relazioni affettive. Non si tratta solo di un dolore da evitare ma della dignità della persona, del valore dell’uomo vivente. E questa scelta non può essere affidata al solo sentimento e all’emotività, soprattutto quando suscitati da un’opera che a ragione è definita bella e che merita applausi. Si può benissimo applaudire e, nel contempo, non condividere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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