«La grazia» di Sorrentino arriva in sala: un ritorno politico e morale

Paolo Sorrentino torna al cinema dopo l’eco di «Parthenope», ma questa volta sposta il baricentro: non un racconto intimamente personale o legato a un territorio come quello napoletano, bensì un film che rimette al centro la dimensione pubblica, le istituzioni, i temi che attraversano la società. «La grazia» (che esce nelle sale giovedì 15 gennaio) nasce così, come un’opera che riprende il filo del suo cinema più politico e morale senza però rinunciare a un romanticismo ostinato, di quelli che non addolciscono il reale ma lo rendono più difficile da liquidare in fretta.
La trama
Il punto di partenza è netto e insieme sfuggente, come spesso accade in Sorrentino: al centro c’è Mariano De Santis, presidente della Repubblica immaginario interpretato da Toni Servillo, arrivato alla fine del mandato. È un uomo che deve scegliere e firmare, cioè trasformare un’idea di giustizia in un atto concreto, assumendosi il peso delle conseguenze. I dilemmi che lo schiacciano non sono però così astratti: sul tavolo ci sono la possibilità di concedere la grazia in casi in cui la colpa sembra convivere con una forma di pietà, e una legge sull’eutanasia che mette in corto circuito responsabilità pubblica, coscienza individuale e identità religiosa.
«La grazia» prende le mosse anche da un caso reale: la grazia concessa nel 2019 dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a un uomo che aveva ucciso la moglie gravemente malata di Alzheimer, episodio citato come riferimento d’ispirazione nelle ricostruzioni legate al film. Da lì Sorrentino non ricostruisce la cronaca in modo didascalico, ma la usa come miccia per far esplodere domande che riguardano tutti, e proprio per questo non ammettono soluzioni «pulite».
Accanto a Servillo c’è Anna Ferzetti nel ruolo di Dorotea De Santis, la figlia del presidente, presenza che sposta l’asse dal palazzo alle relazioni, dal dovere all’intimità. Attorno a loro un cast corale che comprende, tra gli altri, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Roberto Zibetti, Vasco Mirandola e Linda Messerklinger. È un’architettura di volti che serve a tenere insieme il lato istituzionale e quello umano, perché Sorrentino racconta il potere sempre come un teatro: non per sminuirlo, ma per mostrare quanto sia fatto di recite, rituali, frasi che diventano scudi, e improvvisi cedimenti.

A Venezia
Il debutto al Lido ha dato al film un’immediata centralità: «La grazia» è stato il film d’apertura della 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove Toni Servillo ha vinto la Coppa Volpi come miglior attore. Un riconoscimento che, al di là del palmarès, inquadra subito la natura del lavoro: un film che si regge molto sul corpo e sulla voce pacata del suo protagonista, sulla sua capacità di rendere credibile un uomo al tempo stesso istituzione e individuo, figura che firma e persona che esita.
Proprio la conferenza stampa veneziana ha offerto una chiave utile per capire dove si colloca «La grazia» nella carriera di Sorrentino: il film, è stato detto, riesce a unire le due anime meglio espresse nel corso del suo percorso, quella più impegnata e politica di titoli come «Il divo» e «Loro», e quella più libera, romanzesca e innamorata dei personaggi sopra le righe che emerge con forza in «La grande bellezza», «Youth - La giovinezza» e nel più recente e personale «È stata la mano di Dio». È una definizione che calza, perché qui l’ambizione politica non si traduce in pamphlet, ma in un racconto che mette a tema la fragilità di chi decide per gli altri. In un’epoca in cui «l’etica è troppo spesso tirata in ballo solo per ragioni strumentali», Sorrentino prova a restituirle densità narrativa: l’etica non come slogan da talk show, ma come attrito quotidiano, come cosa che pesa, che costa, che ferisce.
Pop e contemporaneità
Eppure «La grazia» non è mai un film «solo» serio. Dentro ci passa anche altro, persino in apparenza inconciliabile: dall’ombra di Mattarella – evocata come punto di partenza e di riferimento culturale di un certo immaginario repubblicano – fino a Guè Pequeno, cioè l’irruzione del presente pop, del linguaggio contemporaneo, del dettaglio che stona e proprio per questo racconta il nostro tempo. È qui che torna utile l’espressione più immediata che rimane dopo il film: «Di chi sono i nostri giorni?», si chiede il film mentre attraversa eutanasia, dilemmi morali, etica e soprattutto amore. Amore inteso non come rifugio, ma come forza che complica tutto: nelle forme alte e in quelle dolorose, nei legami che non salvano ma obbligano a guardare più a lungo.
In questo senso «La grazia» sembra davvero volare sopra materiali diversi senza ridurli a collage casuale. L’impressione è che Sorrentino non cerchi l’equilibrio perfetto, ma un movimento continuo: la politica come cornice e insieme come ferita, il sociale come pressione costante, il romanticismo come ostinazione che non concede pace. C’è cuore, ma c’è anche sostanza: la capacità di trasformare il tema della grazia – parola antica, religiosa e istituzionale insieme – in un dispositivo narrativo che parla di noi, del modo in cui chiediamo coerenza a chi governa e, nello stesso tempo, pretendiamo che qualcuno si assuma l’ultima responsabilità quando nessuno vuole farlo. E in tempi come questi, avere davvero la grazia di conciliare due opposti non è cosa da poco, neppure per un autore che ha già dimostrato più volte di saperli abitare.
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