Opinioni

Chi si merita davvero la genitorialità

Ci sono momenti in cui la linea telefonica dei nostri cuori di genitori dà sempre occupato
«La genitorialità solo a chi se la merita»
«La genitorialità solo a chi se la merita»
AA

L’avvocato era così convinta che, per un attimo, mi parve di vederla schioccare una lunghissima frusta davanti ad una guarnigione di ferocissimi leoni ruggenti, a fauci aperte, seduti sui loro trespoli (uno di loro aveva il viso di Mirko): «Signora mia, un genitore ha diritto alla genitorialità solo se la merita!». Poi, con altrettanta determinazione mi disse perché e come avrei facilmente avuto ragione sui torti del mio ex marito, colpevole, talvolta, di prelevare Nicola da scuola pochi minuti prima della fine della lezione, senza avvisarmi.

«Faremo istanza di... e faremo valutare le capacità genitoriali e poi...». Aveva quella che la mia amica Zoe, di Napoli, chiamava la: «Cazzimma». «Vai dalla Burkiss, Sonia, ha la cazzimma!». Che poi, non capirò mai, perché si debbano usare termini mutuati dall’anatomia maschile per sottolineare la forza e la determinazione delle donne.

Uscii felice. «In punta (appuntita) di diritto» la ragione era dalla mia e lei mi avrebbe difesa a spada tratta. Mirko avrebbe imparato a comportarsi con rispetto invece che fare, sempre, e solo, quello che voleva. Avrebbe dovuto meritarsi la genitorialità, altroché. Ero talmente euforica e surriscaldata all’idea che si era appannato pure il finestrino del treno e ci disegnai una bella «V», di vittoria.

Scorrevano le case di Milano, quei palazzoni alti, pieni di balconi e facciate stinte dallo smog, quando mi venne in mente quella volta che papà mi dimenticò a scuola. Ero alle «elementari». Piano piano tutti se ne andavano, uscivano dal cancello correndo ed io, in piedi, la cartella sulle spalle, aspettavo papà. Più calava il silenzio più aumentava la mia angoscia. Il custode mi prese per mano, chiudemmo il cancello e mi portò dentro casa e con la moglie cominciammo a telefonare: il segnale dava sempre «occupato». Papà non si trovava e mamma era via per qualche giorno. Nessun cellulare seguiva, allora, i loro passi. Non ricordo se avessi pianto.

Trascorsi quasi tutto il pomeriggio in quella abitazione accanto ad un grosso San Bernardo che cercava di consolare la mia ansia da abbandono (forse, mai più scomparsa) sperando che il telefono, al muro, finalmente, squillasse per me. «La genitorialità solo a chi se la merita».

Le parole dell’avvocato avevano un suono diverso, ora. Mio padre era stato un buon padre nonostante quell’episodio? Io ero una buona madre per Nicola prendendo a fustigate giudiziarie il suo papà solo perché rubava, come un ladro, una mezz’oretta di tempo per stare con lui? Lui era un cattivo genitore a non interpellarmi? E perché lo faceva? Quando avevamo smesso di comunicare a tal punto? Quando la linea telefonica dei nostri cuori di genitori aveva cominciato a dare sempre occupato?

Mi asciugai le lacrime. Pensai a Nicola che porgeva la manina a Mirko e sgambettando, senza mai tacere, andava con lui a bere una cioccolata, un rito fra loro prima di correre a sbucciarsi le ginocchia sull’erba finta del campetto, sotto lo sguardo di quel papà a strappi di velcro, che restava lì fino alla fine, incurante di pioggia o vento. Fu così che decisi che la nostra separazione non era una malattia che necessitasse dell’intervento di un chirurgo che scegliesse, al posto nostro, in «punta di diritto» come curarla. La cura eravamo ancora e solo, noi. Noi con i nostri vissuti appesi al collo ad offuscare, spesso, lo sguardo d’insieme sulle cose. Presi in mano il telefono: «Mirko, hai un minuto?».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato

Icona Newsletter

@News in 5 minuti

A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.