Si parla tanto, e ci mancherebbe altro, degli alti costi degli asili nido. La verità, però, è che il peggio arriva dopo. Se si riesce a traghettare i figli fino alla scuola dell’infanzia, se si è sopravvissuti – economicamente e con ancora un posto di lavoro in mano – agli anni del nido, ci si sente quasi invincibili. La soglia della percezione di sopravvivenza si alza e ci si convince, un po’ ingenuamente, che il più sia fatto.
Errore di calcolo. La verità è che con la Primaria arriva il vero dramma della gestione del doposcuola e, soprattutto, della lunghissima estate. Le rette del nido a quel punto sono solo un ricordo; peccato che lo siano anche l’orario di uscita delle 18 e l’apertura garantita per l’intero mese di luglio.
Ci si ritrova così scoperti davanti a una prateria che misura ben quattordici settimane. Tanto dura, calendario scolastico alla mano, lo stop che separa quest’anno l’ultimo giorno di scuola a giugno dal primo di settembre. Quattordici settimane in cui le aule chiudono e i bambini si trasformano improvvisamente in un lussuosissimo rompicapo h24.
Riempire le celle di un’estate formato excel è mestiere di rifinitura e distribuzione di dividendi. Un lavoratore dipendente ha, nella migliore delle ipotesi, quattro settimane di ferie all’anno. Anche ammesso di spenderle tutte tra giugno e agosto, a mamma e papà non basterebbero nemmeno con il perfetto incastro in staffetta per essere autonomi: uno lavora e l’altro guarda i figli, poi ci si dà il cambio. Risultato? Ci si incrocia sul pianerottolo, si azzera la vita coppia e l’estate come «famiglia» diventa un miraggio. Chi non ha la fortuna di affidarsi al welfare dei nonni, gratis e a chilometro zero, si trova davanti a un bivio obbligato.
Ed è qui che la questione da organizzativa diventa brutalmente economica. I dati parlano chiaro: per due figli a stagione si arriva a spendere tra i 1.500 e i 3.000 euro. In pratica, il costo per coprire i mesi estivi equivale, centesimo più centesimo meno, a un intero stipendio medio bresciano. Un vero e proprio lusso.
In questo scenario, il «Piano Estate» sbandierato dal Ministero assomiglia molto a una pezza su un abito logoro. Aprire le scuole a fine agosto o finanziare progetti a singhiozzo non risolve il problema alla radice, perché non c’è nulla di strutturale. Non si può continuare a trattare il calendario della scuola e il collasso del welfare familiare come un’emergenza imprevedibile che si ripete, identica, ogni anno. Servono asili e centri estivi pubblici, accessibili e integrati tutto l'anno. Fino ad allora, per le famiglie bresciane senza aiuti, l’estate non sarà una vacanza, ma un lunghissimo e costoso esercizio di sopravvivenza.




