Opinioni

Cencelli, interprete dello spirito della Prima Repubblica

Abile funzionario della Dc, famoso suo malgrado, in certo modo è stato un «civil servant» molto più di tanti altri. Il suo «manuale» – mai scritto – finì con l’essere applicato persino al Pci.
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

Massimiliano Cencelli, padre del famoso «manuale» durante un'intervista - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Massimiliano Cencelli, padre del famoso «manuale» durante un'intervista - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Innanzitutto va sfatata una vecchia leggenda della prima Repubblica: il manuale Cencelli non è mai esistito. Su carta, intendiamoci. Il «manuale» era tutto nella testa del suo ideatore, il dottor Massimiliano Cencelli che ieri chi ha lasciati alla veneranda età di novant’anni. Era un metodo, non un manuale. E tutti lo rispettavano disciplinatamente perché rispondeva con efficacia ad un problema: come si dividono le cariche di potere? Si potrebbe rispondere: con la spada e con il fuoco. Ma siamo in democrazia, per fortuna, e il potere va diviso pacificamente. Anzi, scientificamente.

Tutto era nato in anni lontani quando a lui, al dottor Cencelli funzionario della Dc a piazza del Gesù, toccò il compito di calcolare quanti posti nella direzione nazionale del partito toccassero ad una nuova corrente, piccola ma prestigiosa, fondata da Taviani, Cossiga e Sarti. Si chiamavano «pontieri» perché erano fautori del «dialogo» tra le correnti più grosse, e vantavano l’undici per cento delle tessere del partito. E Cencelli, uomo pratico, stabilì che i «pontieri» avrebbero avuto l’equivalente dell’undici per cento dei posti in direzione. Da lì in poi fu tutto un lavorio da orefice per definire il «peso» di ogni carica: se una corrente ha tot voti, gli spettano tot ministri, tot sottosegretari, tot posti nelle partecipazioni statali.

La Dc cominciò ad adattarlo a se stessa affidandosi a Cencelli, in modo tale che la spartizione tra le correnti non facesse morti ma semmai solo feriti, innalzasse i vincitori senza trasformarli dittatori. Era la saggezza democristiana della Repubblica del sistema proporzionale che via via si cominciò ad applicare anche agli altri partiti, prima di centro e poi di centrosinistra, quando si doveva fare un governo. E ancora, negli anni ’70, quelli del cosiddetto «consociativismo» con l’opposizione comunista, il Cencelli fu applicato anche al Pci per dare alle Botteghe Oscure uno spazio di minoranza nel sottogoverno delle partecipazioni statali. Questo sistema partiva dal vertice a Roma e arrivava fino al più piccolo dei Comuni.

Massimiliano Cencelli con il suo manuale disegnò la politica italiana - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Massimiliano Cencelli con il suo manuale disegnò la politica italiana - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Era la civiltà della lottizzazione, quella che l’astuto funzionario di piazza del Gesù aveva via via codificato e trasmesso oralmente (mai per iscritto, non si sa mai). Poi però la lottizzazione divenne il male dei mali, trascinata nell’ignominia di Tangentopoli che seppellì la Prima Repubblica con tutti i suoi difetti e qualche virtù. Si passò allora dal proporzionale al maggioritario e si inventò un sistema nuovo di zecca per moralizzare finalmente la vita pubblica: chi vince prende tutto, chi perde salta un giro e peste lo colga. Ciò che è derivato da tanto lavacro è sotto gli occhi di tutti. E chissà, sarà allora per questo che oggi ci ricordiamo di Massimiliano Cencelli, famoso suo malgrado: forse perché a modo suo è stato un civil servant molto più di tanti altri.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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