Bisogna saper vedere per sostenere la speranza

Era il 1961 quando Pierpaolo Pasolini, Elsa Morante e Alberto Moravia, inviati dalle loro rispettive testate giornalistiche, fecero un viaggio in India per fare un reportage sul grande Paese asiatico. Dei tre solo Pasolini dedicò un pezzo giornalistico ad una suora albanese allora sconosciuta che a Calcutta con altre religiose si interessava dei più diseredati.
Quella suora era Madre Teresa che solo a partire dal 1963 veniva conosciuta in tutto il mondo. Pasolini iniziò la descrizione della preziosa e poco nota opera di carità nella metropoli indiana descrivendo gli occhi profondi e chiari di Madre Teresa. Ma Pasolini osservava acutamente che dove si posavano Madre Teresa «non guarda ma vede».
Cosa c’entra questo lontano ricordo con i giorni di Pasqua di risurrezione che seguono quelli della Passione di Cristo e della morte in croce? Infatti l’osservazione, fra l’altro fatta da uno scrittore e intellettuale inviso a non pochi, c’entra moltissimo, perché la capacità di vedere e non solo guardare dovrebbe essere quella di ogni cristiano e di ogni persona saggia e libera. Prima di tutto perché questa capacità vuol dire saper andare «oltre»: comprendere che gli stati di sofferenza personale (per una incomprensione, un’offesa, una malattia non importa) non sono una scalogna o una maledizione, ma una occasione di lievitare in noi i sentimenti che ci tengono in piedi: la vita nuova della resurrezione non fugge dalla croce, la attraversa.
Così anche per noi: le croci ci fanno rifiorire, non devono schiacciarci. La primavera viene dopo l’inverno: guardare un campo annerito dal gelo e colpito dalla brina e saper vedere un campo di fiori, messi e frutti è un grande dono del nostro povero esistere. Ma anche a livello sociale o, potremmo dire globale, è fondamentale saper vedere.
Significa non disperare guardando il fiume di dolore che tocca tante aree geografiche a causa di guerre, povertà, insipienza dei governanti e interessi economici non troppo occulti che ci inducono a farci sentire disperati. Ma il compito del cristiano è proprio questo: ribadire la speranza in un contesto di disperazione. Significa saper vedere guardando i drammi che toccano l’uomo a causa della violenza cieca e del conflitto, la strada da percorrere che è quella, difficile ma non impossibile, di trovare soluzioni pacifiche e condivise. Questa è la speranza.
Saper vedere e non solo guardare significa ancora, nella nostra cultura che esalta l’esteriorità, la velocità, la comodità assoluta, non fermarsi alle apparenze, ma cogliere le essenzialità. Distinguere il necessario dalle cianfrusaglie, il superfluo dall’essenziale, il valore vero dalla patacca dorata, il genuino dall’adulterato. Infine saper vedere e non solo guardare ci riporta a un indubbio dato teologico che ricorre nei Vangeli di questi giorni: la presenza del Risorto non è immediatamente «evidente».
Coloro che guardano il Risorto lo scambiano per un giardiniere, un viandante qualsiasi, un fantasma, un personaggio strano sulla spiaggia…Solo dopo viene riconosciuto, quando lo si vede per quello che è, nella fede in Lui. Tenere fisso lo sguardo sul Cristo, è fondamentale per l’uomo. Perché Lui sa cosa c’è nell’uomo. E questo tesoro interiore umano non va smarrito. Sia da credenti convinti, sia da cristiani tiepidi, timidi e dubbiosi.
Mai come in questa Pasqua 2026, purtroppo ancora insanguinata da tanti fatti che possono portarci a disperare, bisogna saper «vedere» per andare avanti. E per questo col poeta francese Charles Peguy, pensando con più o meni fede alla Pasqua nel terribile contesto attuale, possiamo e dobbiamo dire «Lui è qui». E la nostra speranza non muore.
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