La battaglia mediatica per le sei Regioni al voto

Calabria, Veneto, Marche, Toscana, Campania e Puglia chiamate a rinnovare governatori, Giunte e Consigli
Un'urna per le elezioni regionali - Foto © www.giornaledibrescia.it
Un'urna per le elezioni regionali - Foto © www.giornaledibrescia.it
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Nella partita del 2025 per le elezioni nelle Regioni a statuto ordinario arriva, a sorpresa, una novità che può cambiare l’«apparenza mediatica» della competizione. Le dimissioni del forzista Roberto Occhiuto dalla carica di presidente della Calabria hanno portato a sei il numero delle regioni nelle quali - nei prossimi mesi - si dovranno rinnovare governatori, Giunte e Consigli.

Finora il centrodestra è partito in svantaggio, perché le giunte uscenti della coalizione della Meloni sono due: il Veneto e le Marche; per contro, gli uscenti di centrosinistra sono tre, in Toscana, Campania e Puglia. L’arrivo del terzo di centrodestra riequilibra simbolicamente (la politica vive anche di simboli) la competizione, perché si parte da tre a tre. Certo, la vera regione contesa è una: le Marche, dove però si vota presto (anche qui si è scelta la tattica di non invitare i governatori ad un «election day») così l’eventuale sconfitta del centrodestra nella regione di Ancona passerebbe senza i traumi che avrebbe comportato un risultato complessivo di 4 a 1 per il centrosinistra.

Infatti, quasi tutte le regioni sono blindate: le tre del centrosinistra e il Veneto, alle quali ora si aggiunge la Calabria, dove Occhiuto si sente talmente sicuro della conferma da essersi dimesso in anticipo per chiedere ai suoi corregionali una sorta di «giudizio di Dio» sulle indagini (accuse di corruzione) che lo coinvolgono. Finché si partiva da 3 a 2 per il centrosinistra con una sola regione in bilico, quella governata dall’ex «ragazzo di Colle Oppio» Acquaroli (Fratelli d’Italia) il rischio per la Meloni era - come si diceva in precedenza - di perdere 4 a 1 o al massimo 3 a 2: mediaticamente, non un risultato confortante per l’immagine del governo.

Ma ora che si parte da tre a tre e che le Marche (per le quali - insieme all’Umbria - uno schema di disegno di legge prevede ora l’allargamento delle zone economiche speciali, attualmente comprendenti solo le regioni del Mezzogiorno) potrebbero essere tenute anche con un margine minimo, visto che i concorrenti sembrano lottare sul filo di lana (senza contare la defezione di Azione dal «campo largo» nella regione e l’inchiesta a carico di Ricci, del centrosinistra, che ha creato qualche problema allo sfidante di Acquaroli) un orizzonte più positivo per l’immagine del centrodestra potrebbe delinearsi.

Passare da un quattro a uno per il centrosinistra a un tre a tre varrebbe moltissimo per la Meloni e per la sua maggioranza. Quindi, in primo luogo il voto «in ordine sparso» delle sei regioni è provvidenziale per il governo perché, se si vince, è bene, se si perde in una regione blindata dal centrosinistra non succede niente e se per caso si cedono le Marche a Ricci può darsi che la cosa passi quasi inosservata, magari anche per il probabile minimo scarto fra i due aspiranti governatori.

In politica si può vincere e si può perdere, ma è molto importante creare le condizioni per vincere bene o perdere facendo credere di aver quasi vinto. L’apparenza, in un sistema tutto mediatico come l’attuale, è essenziale; quindi, la partita delle regionali ora è cambiata e qualcuno, nella maggioranza, può provare a sorridere.

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