Schlein e Conte, alleati obbligati in cerca di un equilibrio difficile

Un’intesa frastagliata quella tra democratici e pentastellati così come si evince dal caso delle Marche e, a cascata, quello della Campania
Elly Schlein e Giuseppe Conte - © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giuseppe Conte - © www.giornaledibrescia.it
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Nec sine te, nec tecum vivere possum. Questa frase celeberrima di Ovidio descrive bene il rapporto fra il Pd della Schlein e il M5s. Un rapporto univoco, perché i vertici democratici (non certo i riformisti del partito) hanno questo «sentimento politico» verso i pentastellati, ma non sono ricambiati, perché Conte sa di avere di fronte due scelte possibili, altrettanto vantaggiose: restare da solo e per sempre all’opposizione, lucrando i consensi degli scontenti della sinistra e del sistema in generale; andare col Pd, ma alle sue condizioni, dettando l'agenda alla Schlein e rendendola spesso sostanzialmente subordinata alla linea del Movimento.

È questo il caso delle Marche, dove il centrosinistra ha governato la Regione a lungo (dal 1995 al 2020), finché Francesco Acquaroli, deputato di Fratelli d'Italia, ha vinto le elezioni col 49,13% dei voti contro il 37,29% del candidato del Pd Mangialardi e l’8,62% di Mercorelli (M5s).

Partendo dal risultato delle opposizioni alle politiche 2022 (centrosinistra 26,7%, M5s 13,6% e «mezzo» Terzo polo, quello di Renzi, quindi almeno un 3,5% del 7,3% conquistato a suo tempo con Calenda, il campo progressista aveva allora il 44,8% dei consensi, contro il 44,6% del centrodestra) e da quello delle europee 2024 (48,1% per il centrodestra contro il 43,7% del «campo largo»), la Schlein ha pensato che si potesse strappare la regione alla Meloni. Fatta la coalizione (senza Calenda), la leader del Pd aveva scelto un candidato forte: l'ex sindaco di Pesaro Matteo Ricci, ora eurodeputato del partito.

A un mese dal voto, Acquaroli e Ricci combattono sul filo di lana, secondo gli esperti; quindi, ogni piccolo problema dell’uno può far pendere la bilancia a favore dell’altro. L’inchiesta della magistratura su Ricci non è arrivata a un punto tale da prefigurare sviluppi clamorosi (l’ex sindaco potrebbe anche uscirne rapidamente, con un’archiviazione) ma intanto Conte ha congelato l’intesa sulla candidatura, in attesa di «studiare le carte».

Il punto è che Ricci non parte avvantaggiato, sia perché non è un pupillo della Schlein, sia perché, se fosse rinviato a giudizio non potrebbe candidarsi, sia perché i pentastellati hanno difficoltà ad accettare una situazione che forse è inconsistente, ma che comunque può suscitare malumori fra i propri attivisti. Senza il M5s – pur verosimilmente ridotto nei consensi rispetto agli appuntamenti nazionali, come succede sempre alle amministrative – il centrosinistra non avrebbe probabilmente scampo.

Quindi, la Schlein nelle Marche non può vincere (e vivere, visto che quella vittoria le regalerebbe un’importante affermazione contro la maggioranza del partito di governo) senza Conte, ma forse oggi neanche Conte può vivere senza la Schlein, perché in Campania il candidato di quell'alleanza (che, se deve nascere per le politiche del 2027, può formarsi solo ora a livello nazionale, o mai più) è quasi certamente il pentastellato Roberto Fico.

Quindi, se il M5s «licenzia» Ricci nelle Marche, il Pd scarica i pentastellati in Campania, impedendo al partito di Conte di vincere in una delle roccaforti storiche dei Cinquestelle. Studiare le carte che riguardano Ricci è dunque una cosa saggia, ma Conte – che avrebbe anche ascoltato l’interessato – farebbe bene anche a valutare gli effetti di un’inchiesta che può finire in una bolla di sapone dopo aver fatto perdere le Marche al centrosinistra e la Campania al M5s (ma verosimilmente non al Pd, che può trovare un altro – suo – candidato vincente).

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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