Attacchi mirati e sicuri, così Mosca sta logorando Kiev

Niente offensive su larga scala con unità corazzate, ma incursioni di piccole unità dentro o alle spalle delle sempre meno presidiate linee ucraine
Soccorritori ucraini in azione dopo un attacco notturno russo - Foto Ansa/Epa © www.giornaledibrescia.it
Soccorritori ucraini in azione dopo un attacco notturno russo - Foto Ansa/Epa © www.giornaledibrescia.it
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Attrito. È la parola d’ordine dell’Armata russa ormai da molti mesi in Ucraina. Niente offensive su larga scala con unità corazzate, vittime designate degli onnipresenti droni, ma incursioni di piccole unità dentro o alle spalle delle sempre meno presidiate linee ucraine: a contatto col nemico, ne segnalano la posizione dando il via a bombardamenti massicci, sia con bombe guidate da una tonnellata, che i jet sganciano in sicurezza a oltre 50 km dall’obiettivo, sia con l’artiglieria, in costante superiorità nei numeri.

Obiettivo è logorare drammaticamente le forze di Kiev che combattono da 42 mesi con valore, ma in condizioni crescenti di inferiorità numerica, con gravi problemi di arruolamento e addestramento. Anche Mosca registra un calo nelle domande di arruolamento (blogger russi sostengono che a militari di leva vengono fatti firmare capziosamente documenti che li spediscono al fronte come «volontari»): ma i robusti incentivi economici di questi anni han garantito un flusso di trentamila uomini al mese, tanto che oggi sulla linea del fronte l’Armata può schierare oltre 700mila soldati.

Detriti in strada dopo un attacco russo su Lviv, in Ucraina - Foto Ansa/Epa/Mykola Tys © www.giornaledibrescia.it
Detriti in strada dopo un attacco russo su Lviv, in Ucraina - Foto Ansa/Epa/Mykola Tys © www.giornaledibrescia.it

E le perdite russe, che specie nei primi due anni sono state spaventose, quest’estate sono diminuite, mentre quelle ucraine sono andate aumentando, sia per la superiorità nemica in volume di fuoco, sia soprattutto perché nelle zone del Donbass chiuse in sacche dai russi soccorso ed evacuazione dei feriti sono impossibili.

Probabilmente i numeri veri si conosceranno solo molto tempo dopo il conflitto, ma incrociando i dati diffusi, artatamente o meno, da varie fonti si può stimare che Mosca abbia avuto oltre 350mila tra morti e feriti tanto gravi da non poter tornare in linea, ma Kiev ben di più (lo confermerebbe anche l’ultimo scambio di salme, per il quale sono state restituite a Mosca poche decine di corpi contro le molte centinaia di caduti ucraini).

Gli obiettivi

Sul terreno la contesa più aspra resta nel Donbass, che Mosca, pur avendolo formalmente annesso, controlla per poco più del 75%. Il caposaldo di Pokrovsk resiste da mesi, ma ormai è quasi circondato: c’è «libera» una sola strada d’accesso, sotto il tiro costante dei russi, che, nella citata logica dell’attrito rende assai dispendioso in termini di vite umane e mezzi soccorrere i difensori della città.

Sergej Lavrov - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Sergej Lavrov - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nel mirino ci sono ora Kostyantynivka, Kramatorsk e Sloviansk: si combatte già alla periferia della prima, mentre la conquista delle altre due sarà ardua, sia perché sono molto grandi (Kramatorsk nel 2022 aveva 200mila abitanti) sia perché fortificate dal 2014. Salvo crolli delle forze ucraine, non sarà questione di giorni e neppure di settimane: Putin, abile nello sfruttare il tempo offertigli da un Trump non molto «persuasivo» mira, un po’ ottimisticamente, a chiudere la partita Donbass prima della stagione delle piogge, attesa da metà ottobre, che frena le operazioni terrestri e l’impiego dei droni. Al tempo stesso accentua la pressione su Zaporizhzhia, l’altro grande tassello mancante, e si incunea nelle regioni più a Nord, a Kharhiv e Sumy, sicuramente per poter mettere sul tavolo fazzoletti di Ucraina come «territori» da scambiare con Kiev.

La resistenza ucraina

Gli ucraini resistono e in alcuni casi ricacciano indietro le incursioni russe, ma, soprattutto, affidano ai loro sempre più numerosi e sofisticati droni il compito di arrecare danni a economia e immagine della Russia (di cui avrebbero eroso il 10% della capacità petrolifera, paralizzato più volte gli aeroporti della parte europea e costretto Putin ad annullare sia il Salone della difesa sia la festa della Marina). Militarmente non hanno alcuna chance di riconquistare i territori occupati e possono al massimo sperare di cedere per sempre a Putin solo Crimea, Donetsk e Lugansk.

È difficile però che lo «zar» rinunci a Zaporizhzhia e Kherson, in larga parte già occupate e «annesse». Trump ha parlato tanto e annunciato ancor di più, ma non ha mai provato a giocare la carta della forza, ventilando al più sanzioni secondarie estese che infastidirebbero sì Mosca, ma certo non nel breve termine.

Probabilmente anche la sola minaccia di supportare Kiev con forniture di armamenti più incisive potrebbe far ricalcolare a Putin il rapporto costi-benefici di una campagna militare sin troppo logorante (nel 2026 Mosca potrebbe andare davvero in affanno specie nella gestione del Paese, a regime di guerra da troppo tempo).

Trump e Zelensky - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Trump e Zelensky - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il problema è che tutto si gioca sulla pelle degli ucraini e che le «garanzie» dei «volonterosi» sembrano soprattutto affermazioni di principio, utili a non sganciarsi da Trump: solo una Nato con gli Usa in testa costituirebbe infatti una minaccia per Mosca. Militarmente Francia e Gran Bretagna fanno soprattutto proclami, I’Italia si sfila: e sono le sole tre nazioni con eserciti «dimensionati». I «nani» militari come Baltici, Scandinavi, Danimarca, Belgio e Olanda, con pochissime migliaia di soldati, scarsa o nulla artiglieria e poche decine di aerei abbaiano alla luna.

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