Ucraina, i tasselli mancanti per la pace che resta lontana

Dopo i vertici ci Anchorage e Washington – segnati da forti simbologie, ma anche da pochi risultati sostanziali – la fine della guerra appare lontana
L'esito di un attacco russo a Kharkiv - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'esito di un attacco russo a Kharkiv - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Tanto rumore per nulla. Il vertice bilaterale russo-statunitense di Anchorage e quello successivo a Washington tra Trump, Zelensky e vari leader europei non paiono aver prodotto l’accelerata – o la rottura – dei negoziati di pace che molti preconizzavano. Difficile immaginare uno scarto più marcato tra le tante, forti simbologie che hanno segnato i due vertici e i loro pochi o nulli risultati sostanziali. La pace rimane insomma lontana. Ovvero continuano a mancare tasselli fondamentali del puzzle che è necessario comporre per porre termine a questo terribile conflitto. Quali sono questi tasselli? E quali le condizioni affinché essi si realizzino?

Ne possiamo menzionare quattro, strettamente interdipendenti tra loro. Il primo riguarda gli assetti territoriali dell’Ucraina post-bellica. Che, è inutile girarci attorno, non saranno quelli del 2014 e, quasi certamente, nemmeno quelli del febbraio 2022. Prima del vertice in Alaska, Trump ha impropriamente parlato della necessità per le parti in causa di accettare degli «scambi territoriali» (dei «territorial swaps»); di scambi in realtà non si tratta, che si parla solo di Ucraina e di sue eventuali concessioni alla Russia. Non è però immaginabile una fine del conflitto che, in modo quasi certamente non formalizzato, non poggi sull’implicito riconoscimento dello stato prodotto dalle operazioni militari e, quindi, dell’annessione russa della Crimea e di alcuni territori orientali ucraini.

Difficile credere che a Kiev non ne siano consapevoli. E che, secondo tassello fondamentale, ciò possa essere bilanciato solo da una garanzia esterna alla sicurezza, e quindi alla sovranità ultima, dell’Ucraina. Per essere credibile, e quindi efficacemente dissuasiva rispetto a future aggressioni russe, questa garanzia necessita di un qualche coinvolgimento statunitense. Al netto delle tante critiche che le si possono muovere rispetto al passato, l’Europa sembra, su questo, cercare oggi di fare molto: aumentando la sua spesa in difesa; continuando il pieno sostegno, materiale e diplomatico, a Kiev; facendosi carico di una parte degli acquisti di tecnologia militare statunitense che vengono poi trasferiti alle forze armate ucraine. Si tratta di uno sforzo significativo, ma parziale e insufficiente se non integrato da una co-partecipazione americana che Trump (e gran parte del mondo MAGA) paiono però riluttanti a offrire.

Il terzo tassello riguarda i tanti, importanti dossier legati a quello ucraino. Il principale è quello che coinvolge la Cina: il grande avversario di potenza degli Usa, oggi. Con il quale Mosca ha costruito negli ultimi anni una relazione profonda e intensa, ancorché marcatamente opportunistica. Gli scambi complessivi tra i due paesi, e le reciproche esportazioni e importazioni, sono più che raddoppiate tra il 2022 e il 2024; la Russia è diventata in un biennio la principale esportatrice di petrolio in Cina. Dentro quello che è uno schema strategico elementare ma inevitabile, qualsiasi amministrazione statunitense non può che osservare con preoccupazione quest’asse sino-russo e cercare di fare leva su alcune sue oggettive fragilità per provare a indebolirlo e incrinarlo.

E questo ci porta al quarto e ultimo tassello: quello economico. Cosa si può offrire alla Russia per indurla ad accettare una pace in cui ottiene molto ma non tutto? Cosa all’Ucraina? E come rendere queste concessioni accettabili a entrambe? Nel caso dell’Ucraina, il quadro è più nitido e poggia su aiuti massicci alla ricostruzione e impegno ad accelerarne l’integrazione entro uno spazio europeo allargato (e quindi entro la stessa Ue).

Prospettiva, quest’ultima, problematica per Mosca e quindi da bilanciare con contro-vantaggi che passano attraverso la rapida rimozione delle sanzioni, il reinserimento delle risorse energetiche russe nel mercato globale e accordi specifici con gruppi statunitensi, da Exxon in giù. Coinvolgendo magari anche gli interessi particolari di Putin e Trump, ché visto come operano i due leader anche questa variabile – familiare e patrimonalistica – deve essere ahimè inserita nella complessa equazione necessaria alla pace.

Mario Del Pero - Docente di Storia internazionale, Sciences Po Parigi

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