Opinioni

Aspettando la consultazione l’enigma della «scomparsa» della borghesia

Nel clima che precede le urne torna il nodo del disimpegno politico di una classe un tempo centrale
Un seggio elettorale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un seggio elettorale - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Come era ampiamente prevedibile, man mano ci si avvicina alla scadenza, il 22 e 23 marzo, del voto per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, la bufera politica delle opposte posizioni del si e del no scatena le proprie contro-ragioni ed accusa di turbativa democratica l’altra parte. Ma di quale democrazia si parla?

Non regge l’obiettivo della maggioranza di farne una conta sul merito della proposta avanzata, sganciato dalla valutazione, positiva o negativa, sull’azione complessiva del governo Meloni. Nonostante la maggioranza ribadisca che, anche in caso di sconfitta e cioè di vittoria del no, il governo continuerà la sua azione, appare chiaro che sarebbe una sconfessione del progetto di riforma istituzionale, che ha come ulteriori capisaldi il premierato, l’autonomia differenziata e una diversa legge elettorale generale che ridisegni i confini del consenso.

Vedremo come la Meloni, nell’imminenza del voto referendario, deciderà di spendere la propria autorevolezza personale in un appello per lei favorevole del responso delle urne. I due schieramenti sono dati percentualmente prossimi. Non manca chi ipotizza che, in caso di bocciatura, si possa scivolare verso una consultazione generale anticipata.

Per rilanciare, oppure frenare seguendo le contrapposte intenzioni, il ridisegno dello Stato. Il parlamento è una bolgia di continue contrapposizioni e di feroci chiamate in campo. Non c’è quindi nessuna possibilità di intese, pur parziali o metodologiche.

Anche l’appello alla società civile, lanciato dagli uni e dagli altri, pare non avere margini rilevanti di ascolto in chi è estraneo a scelte di campo già compiute precedentemente o a seguito delle attuali progettualità, replicate con crescente acrimonia. La contrapposizione, tra magistrati, avvocati e politici, schierati dall’una o dall’altra parte, fa appello a una scelta di campo.

Viene allo scoperto un fatto che si è andato consolidando nel tempo, con l’implosione della Prima Repubblica: la borghesia, spina dorsale del sistema nella formulazione del ceto medio diffuso, si è andata sempre più chiamando fuori dal contesto politico.

La borghesia, pur fra mille contestazioni, era portatrice di valori che si impastavano con quelli dei ceti popolari in crescita. La decrescita complessiva ha portato ad un misconoscimento del patto sociale a suo tempo consolidato. Ora quindi l’appello è ad essere portatrice di una contrapposizione, che non si afferra a pieno a cosa potrà condurre.

Il Presidente Sergio Mattarella prova, con ripetuta tenace costanza, a richiamare ad una contesa che non delegittimi l’una o l’altra articolazione democratica, ma anche le sue parole vengono utilizzate come clave di parte. Scontano inoltre le incursioni delle polemiche connesse alle posizioni in politica internazionale, che vedono l’Italia strattonarsi con altre nazioni, a partire dalla Francia. Seguiremo i sussulti delle prossime settimane, consapevoli che non esiste una terza via negoziale, ma solo una dialettica oppositiva, senza esclusione di colpi mirati.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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