Proprio una bella festa. Apparecchiata bene. Così bene da trasformare l’invitato di lusso in vittima sacrificale eccellente. Che storia quella della nomina, ma forse non nomina di Andrea Pirlo a commissario tecnico della Nazionale. È una storia particolarmente brutta, a tratti offensiva. E tale resterà anche se poi dovesse andare tutto come era nei piani del direttore tecnico federale Paolo Maldini, ovvero con il figlio di Brescia effettivamente alla guida non solo della nazionale maggiore, ma volto di una fase immaginata come rivoluzionaria, almeno per quelli che sono usi, consumi e standard calcistici italiani.
È una storia già brutta e offensiva che prescinde dal merito di quella che dovrebbe essere l’unica – o perlomeno la principale – legittima discussione sul tavolo. Ovvero: perché Pirlo potrebbe essere l’uomo giusto o al contrario perché no. Mettersi a disquisire su curriculum, capacità, esperienza e quant’altro, insieme al fatto di nutrire perplessità, è un conto. Far deragliare (ad arte? Pensar male è talmente normale, che nemmeno si fa più peccato…) il dibattito su altri versanti invece è ben altro. Quindi: arrivare a sporcare l’immagine di un patrimonio del calcio italiano, del più grande centrocampista dell’ultimo secolo almeno e – banalmente – di un campione del mondo. Dunque, un monumento da preservare fino a prova contraria.
Poi, si dovrebbe ricordare il palmarès da giocatore di club dell’Andrea: due Champions League e due Supercoppe europee col Milan, 6 scudetti tra il rossonero e la militanza alla Juventus, due Supercoppe italiane. È vero che una grande bacheca costruita da giocatore non si commuta in risultati assicurati da allenatore. E allora torniamo al punto uno: interrogarsi su Pirlo ct, in termini meramente calcistici è persino un diritto inalienabile. Cercare però di demolire la figura, facendo arrivare anche schizzi di fango sulla persona è un andare oltre che francamente sconcerta. E che Andrea Pirlo (a scanso di equivoci non è un nostro amico e non si tratta di una difesa d’ufficio perché è «uno dei nostri»: e se anche c’è una punta di orgoglio bresciano, più che altro è una questione di rispetto che gli va dovuto senza se e senza ma) non merita.
La questione morale
Se sussistono presupposti legali rispetto alla possibilità che lui diventi effettivamente il ct, che questi siano approfonditi. Sollevare la questione etico-morale rispetto a un rapporto commerciale con un soggetto legato alla Russia? Bene. Ma ad alzate di scudi rispetto a Supercoppe giocate in Paesi in cui, a esempio, vige ancora la pena capitale, non abbiamo mai assistito. Semmai, abbiamo visto tour promozionali a cui sono stati invitati glorie del calcio e alti papaveri che ci hanno spiegato come si vive bene e come tutto funzioni in maniera impeccabile in certi posti.
E allora, c’è qualcosa che non quadra ed è un qualcosa che ha pure a che fare con l’ipocrisia. Che in questo caso specifico – vale anche affossare una figura che rappresenta l’eccellenza italiana nel mondo – ha tutta l’aria del pretesto che magari Giovanni Malagò può prendere al balzo per risolvere quello che lui stesso in fondo ritiene un problema alla radice dato che non è mai stato smentito che il numero uno della Figc sia stato il primo a esprimere dubbi rispetto alla scelta di Maldini di andare a parare su Pirlo.
Si è parlato di «amichettismo», pratica inventata in Italia e nella quale non temiamo rivali in nessun angolo del mondo: ma se tanto ci dà tanto, leggendo e ascoltando il trattamento che ad Andrea viene riservato, non è che magari tra i temi c’è che Pirlo non è poi così «amichetto» di nessuno? O almeno non di quel circoletto, anche mediatico, in cui si usa darsi tutti del tu e si fa a gara a chi meglio fa capire di aver più confidenza col protagonista di turno.
Tra le mille angolazioni dalle quali si può osservare il mesto teatrino che sta andando in scena da qualche settimana attorno al tema ct, di certo c’è che Pirlo viene fatto a pezzi senza che ancora abbia potuto dire la sua. E senza che nemmeno lo stesso Paolo Maldini abbia potuto spiegare la ratio della sua idea e perché dal giorno uno ha sempre avuto in mente il flerese come figura apicale nei quadri azzurri.
Paolo Maldini: nominato direttore tecnico a furor di popolo (e buona stampa), rivestito del ruolo di salvatore della Patria, ma la cui prima decisione è stata di fatto rigettata, respinta al mittente come una ciabatta in faccia. Nb: quando parliamo di Maldini, parimenti a Pirlo, il riferimento è a un assoluto tesoro nazionale. Pesa anche come il nome di Pirlo non è stato protetto e custodito. Pesa come il tentativo fatto per Guardiola è stato mediaticamente mal gestito: e anche qui, da discutere ce n’è e però un conto sono strategie mal riuscite, un altro pensare che uno tutto d’un pezzo come l’ex difensore possa prestarsi a essere solo un feticcio da esibire e nulla più.

E adesso? I club di serie A stanno preparando il blitz per forzare la mano e portare il loro candidato, quell’Antonio Conte che invece il ticket Maldini-Leonardo (in linea con i loro caratteri e le loro figure pronti alle dimissioni se venissero sconfessati) non ha mai avuto in mente, nemmeno per un secondo. Certo: Conte rassicura ed è quel tipo di profilo che potrebbe garantirti di spremere il materiale che c’è per ottenere almeno qualche «risultato spot» (del quale pure riconosciamo ci sia il bisogno), ma è altrettanto sicuro che con Conte non ti inventi niente e le società si sentirebbero più tutelate nel perseguire i propri interessi. Abbiamo letto in giro: «cerca il tuo sogno più bello senza farti scoprire prima che diventi un incubo». Quello che per Pirlo (ma verosimilmente anche per Malagò e altri a casacata), a prescindere è già. Come si disprezza un patrimonio.




