Opinioni

Il «Dibba» duro e puro, ultimo erede del grillismo ribelle

Il dissidente del Movimento 5 Stelle che non ha mai scelto il Palazzo, militante permanente e sognatore barricadero
Di Battista a Roma nel 2016 - Foto Ansa/Alessandro Di Meo © www.giornaledibrescia.it
Di Battista a Roma nel 2016 - Foto Ansa/Alessandro Di Meo © www.giornaledibrescia.it

Un dissenziente, erede più autentico dello spirito del grillismo. Quello originario e antemarcia nelle istituzioni, da cui è scaturito il Movimento 5 Stelle «rivoluzionario», dei grandissimi consensi e delle promesse minacciose, quale quella di aprire il Parlamento «come una scatoletta». Alessandro Di Battista, vittima nelle scorse ore di un problema di salute molto grave, ha incarnato, fin dal principio, l’archetipo del «duro e puro».

Non il politico di professione, ma il militante permanente, il sognatore barricadero, l’eterno ragazzo con lo zaino in spalla e la (velleitaria e incongrua) aspirazione ribellista, tanto da essere stato colto da questo malore proprio mentre si trovava a Cuba per realizzare un ennesimo reportage sull’isola già castrista, eternamente rebelde nei confronti degli Stati Uniti.

Con una passione terzomondista da sempre, quando prima di fare politica era un cooperante internazionale, e ancora prima un animatore da villaggio turistico, come documentano le cronache, talché le caratteristiche da performer (e influencer della politica) se le porta dentro il dna. Una sorta di tardo no-global che abbraccerà via via, sull’onda del suo antiamericanismo genetico, le «ragioni» di Putin, delle autocrazie e delle dittature (dalla Cina all’Iran e al Venezuela), che di resistente non hanno nulla, e molto invece di oppressivo e repressivo.

Di Battista tra i banchi del Parlamento - Foto Ansa/Alessandro Di Meo © www.giornaledibrescia.it
Di Battista tra i banchi del Parlamento - Foto Ansa/Alessandro Di Meo © www.giornaledibrescia.it

Il viaggio politico del «Dibba» inizia in seno a quella formidabile macchina di storytelling e marketing elettorale che venne orchestrata da Gianroberto Casaleggio e infiammata nei comizi-show da Beppe Grillo, i suoi due inossidabili punti di riferimento. All’interno del direttorio pentastellato degli esordi, Di Battista incarna da subito l’ala movimentista, contrapposta al realismo felpato e governista di Luigi Di Maio, anche se il sodalizio tra i due, nel gioco concordato e concertato della divisione dei ruoli e dei compiti, durò a lungo.

Quindi, «Dimma» sceglie i posti di governo e i palazzi romani, e Dibba invece le varie piazze italiane. È l’oratore dei «Costituzione coast to coast tour», il tribuno capace di incendiare gli animi con un distillato purissimo di retorica neopopulista, invariabilmente fondata sulla dicotomia fra il «popolo sovrano» e il «Sistema» delle «oligarchie corrotte» e degli «establishment dei privilegiati».

La vera svolta identitaria avviene nel 2018. Nel momento di massimo trionfo del Movimento, mentre i Cinque Stelle si apprestano a varcare la soglia del governo, Di Battista compie un gesto potente, in dissenso col nuovo corso che si sta affermando sotto l’egida di Giuseppe Conte, scegliendo di non ricandidarsi per il Parlamento (dove sedeva dal 2013).

Comincia così la sua epopea di globetrotter geopolitico: dal Sudamerica all’Iran, Di Battista si trasforma in un reporter anticapitalista e antioccidentale, con la finalità della costruzione di un’alterità politica e iconica. Una strategia di posizionamento che gli consente di rimanere il vero custode ortodosso del «verbo delle origini», immune dalle «contaminazioni» dei contratti di governo con la Lega prima, e con il Partito democratico in seguito.

Di Battista al comitato elettorale del M5S nel 2018 - Foto Ansa/Alessandro Di Meo © www.giornaledibrescia.it
Di Battista al comitato elettorale del M5S nel 2018 - Foto Ansa/Alessandro Di Meo © www.giornaledibrescia.it

Il punto di rottura definitivo con la sua ex creatura politica si consuma nel 2021, con l’avvento dell’esecutivo di Mario Draghi. Per l’ortodosso Di Battista, l’appoggio al rappresentante per eccellenza della tecnocrazia rappresenta il tradimento supremo e conduce, pertanto, all’apostasia definitiva del M5S. Da quel momento, la sua traiettoria si fa più solitaria, ma non certo meno rumorosa.

Attraverso l’associazione Schierarsi, Di Battista tenta di coagulare il dissenso (e il risentimento) radicale, pacifista (o «pacifinta») e anti-sistema, dal no-vaxismo ai nemici dell’Ucraina, nel nome del conflitto contro il cosiddetto «pensiero unico e mainstream». Fino alla preparazione della sua discesa in campo come «Vannacci di estrema sinistra», per così dire, il progetto a lungo coltivato a cui si frappone ora questa brutta problematica di salute. E, dunque, adesso e prima di tutto – al di là di ogni divergenza politica – «forza Dibba», prontissima guarigione e rimessa in sesto!

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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