Mi trovo a Odessa, dove sto partecipando alla ventesima missione del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa: centotrenta persone, tra cui sindaci e amministratori di città italiane, insieme per un viaggio che vuole soprattutto essere un momento di prossimità civile in un paese in guerra. Per me, è la prima volta.
Non siamo venuti a portare aiuti materiali, né a fare turismo della solidarietà. La missione ha un obiettivo preciso: sostenere il percorso di integrazione europea dell’Ucraina restando accanto a chi, ogni giorno, tiene in piedi la vita civile del paese sotto attacco. Significa incontrare le istituzioni locali con amministratori della regione già abituati al rapporto con la cooperazione europea.

Significa anche fare attività concrete anche solo per pochi giorni; abbiamo passato ore a fare gomitoli per le reti anti-drone insieme a gruppi di volontarie, trascorso tempo con bambini chiaramente traumatizzati, rimesso in sesto un rifugio per veterani o discusso con un gruppo di universitari. Attività piccole, simboliche, ma che vengono accolte con una gratitudine genuina: «Grazie per la vostra presenza», ci hanno ripetuto più volte.
Ed è proprio questo il punto della missione: la presenza fisica, non delegabile, l’incontro e l’azione. In un cimitero della città, uno dei dieci di Odessa, file di tombe con le foto a grandezza naturale dei giovani caduti al fronte raccontano meglio di ogni statistica il prezzo pagato da chi non pensava, nel ventunesimo secolo, di dover morire in guerra. Il vescovo cattolico-latino, monsignor Shyrokoradiuk, ci ha parlato di questi ragazzi: in molti casi, ha raccontato, lui stesso li ha battezzati, sposati, e poi seppelliti.
Ma Odessa è anche famosa per la sua arte e la musica: arte e musica abbiamo ricevuto. Chi aveva già partecipato a missioni simili ci ha detto che solo a Odessa è possibile vivere un momento cosi, in un parco, con artisti ucraini che intrecciano la loro musica a canzoni italiane in nostro omaggio sfociate in cori e danze collettivi.
Ma poche ore dopo, la realtà della guerra è tornata con tutta la sua durezza: un’intera notte di allarmi ininterrotti, droni in avvicinamento, esplosioni della contraerea che si susseguivano nel buio e noi su e giù fra letto e rifugio senza sapere bene come interpretare quei botti terribili. Per noi è stata solo una brutta esperienza che si concluderà con il rientro in Italia nel giro di pochi giorni. Per chi vive in Ucraina, è la normalità di ogni notte.

Eppure, tra le persone incontrate, nessuna mi è sembrata demoralizzata o piena di odio. È un campione limitato, lo so. Ma è quello che ho visto. Io non sono credente, ma il nunzio apostolico Kulbokas ci ha lasciato due pensieri che porto con me: l’Unione Europea non fa abbastanza per spingere il governo ucraino ad agire con più decisione contro la corruzione; e se milioni di europei venissero qui a chiedere pace, la guerra finirebbe subito.
Al di là della concreta realizzabilità di una tale impresa, è proprio questo l’impegno più importante per noi: chi cuce reti, ripara scuole bombardate, lavora con i veterani, anima i bambini, fa ripartire asili e piccole imprese, ricostruisce rapidamente infrastrutture e scuole e lo fa ogni giorno, deve diventare molto più visibile nel dibattito pubblico sul conflitto, tanto in Europa quanto, soprattutto, in Italia, dove la discussione resta chiusa in una visione polarizzata e spesso funzionale a posizionamenti elettorali.
È in questo spazio che torna attuale il tema dei corpi civili di pace: un’idea di don Tonino Bello e Alex Langer, di trent’anni fa, mai realizzata. L’obbiettivo è dare a chi opera nei conflitti un ruolo riconosciuto e sostenuto dalle istituzioni europee, non lasciato al solo volontariato spontaneo: una funzione strutturata, capace di affiancare diplomazia e aiuti umanitari con una presenza organizzata di pace.
Non fermeremo la guerra, lo sappiamo bene. Ma la pace si costruisce anche così: ascoltando, cantando insieme, condividendo il lutto e la voglia di ricominciare. Io spero di tornare in Ucraina. E per quanto mi riguarda, parlerò con più convinzione a chi guarda all’Ucraina attraverso gli occhi di una propaganda manipolata, perché raccontare ciò che si è visto concretamente è già un modo per costruire la pace.




