Oggi vi porto in un’epoca del passato. Dentro ad una stanza spoglia, pareti ruvide, un pavimento di terriccio coperto da un lenzuolo bianco sul quale una giovane donna si contorce apparentemente posseduta da démoni. Tre uomini accompagnano i suoi movimenti suonando in modo frenetico un tamburello, un violino ed una fisarmonica. Il ritmo è monotono e ossessivo. Un bimbo, seduto su una piccola sedia impagliata, stringe fra le mani una cornice più grande di lui con il ritratto di San Paolo. Una anziana, come un lare familiare, i segni di un vivere faticoso scolpiti sul volto, osserva muta la scena. Le finestre aperte danno libero accesso agli sguardi curiosi dei compaesani accalcati in strada. Siamo nel Salento, alla fine degli anni ‘50, dentro ad un docufilm realizzato da Gianfranco Mingozzi, con la consulenza scientifica dell’antropologo Ernesto De Martino e con i testi nientemeno che di Salvatore Quasimodo.
Stiamo assistendo ad una sofisticatissima terapia chiamata «tarantismo». Un fenomeno etologico nel quale i demoni interiori, invece di restare un fatto privato, una colpa da nascondere, trovano uno spazio collettivo, ritmato e cavalcato dalla musica dei tamburi fino alla catarsi finale. Un rito che coincideva con l’avvento dell’estate ed i morsi della Tarantola, un ragno molto diffuso nelle aride campagne tarantine, assurto a simbolo, pretesto culturalmente e socialmente accettato, per dar voce ad emozioni, soprattutto femminili, diversamente praticabili. Donne schiacciate dal peso di una società arcaica, patriarcale, soffocante, al sopraggiungere dell’estate, grazie a questo espediente, potevano esibire il dolore, il dissenso, rabbie antiche e desideri repressi. «La taranta si fa ragno», ci dice Quasimodo, «diventa il ragno che è in lei».
In qualsiasi altro contesto dell’epoca sarebbe stata rinchiusa, legata o stigmatizzata. Nella comunità salentina nessuno la giudica o la respinge. Nessuno le chiede di tacere, nessuno le impone di smettere, tutti si stringono intorno a lei, imbracciando tamburelli, violini, fisarmoniche, scegliendo stoffe colorate, cercando un ritmo musicale adatto alla sua intima guarigione. Alejandro Jodorowsky lo definirebbe: «atto psicomagico». Un’azione rituale, scaturita dall'inconscio attraverso il linguaggio del corpo, il simbolico e la teatralità sacra.
Il tarantismo non era, immagino, un paradiso terapeutico e la comunità non era necessariamente priva di pregiudizi, ma la sua grandezza e forza stava nella creazione di uno spazio collettivo e condiviso nel quale una sofferenza altrimenti indicibile poteva trovare rappresentazione e liberazione. Un monito importante per una società come la nostra, che impone che ogni emozione disturbante venga rapidamente neutralizzata, la tristezza convertita in resilienza, la rabbia in autocontrollo, l’inquietudine in produttività, sempre più estraniati dalle nostre stesse risorse interiori.
Per le tarantate (o i tarantati), il sortilegio del rito non consisteva nel liberarsi dal veleno del morso del ragno, ma nel poter danzare la propria sofferenza o le proprie emozioni senza essere giudicati, esiliati, consegnati alla solitudine ed alla vergogna, perdendo il diritto di appartenere alla comunità. Del resto, diciamocelo, trovare qualcuno disposto a restare con noi nella stanza mentre facciamo uscire i nostri demoni, ragni o non ragni, è un qualcosa di cui tutti, ancor oggi, abbiamo estremo bisogno.




