«Ogni fiaba conduce in un paese che è in noi», affermava Rudolf Geiger. Non so se sia vero per tutte, ma, certamente, «La regina delle nevi» di Andersen è una di quelle. Ci racconta, divisa in sette parti, la storia di due piccoli amici, Kay e Gerda, che si vogliono bene con il candore tipico dell’infanzia. Vivono sereni in due soffitte contigue, fra rose profumate, giochi e fiabe della nonna, finché il diavolo non crea uno specchio maligno, capace di deformare tutto ciò che riflette.
Questo specchio, improvvisamente, si frantuma in milioni di schegge ed una di queste va a colpire l’occhio di Kay, scivolando poi dentro al suo cuore. Il piccolo si trasforma. Si fa beffe delle cose belle, perde la capacità di provare sentimenti, diventa un esteta della razionalità e del vuoto. Quando incontra la Regina delle Nevi, algida e statuaria, ne è attratto al punto da perdere qualsiasi istinto di sopravvivenza, lasciandosi rapire dalla sua slitta volante. Rinchiuso nel gelido palazzo di ghiaccio, il piccolo Kay è atteso da un amaro destino di schiavitù: condannato a conquistarsi la libertà cercando di comporre, con pezzi di ghiaccio affilati come lame, seduto sulla fredda lastra dello specchio della ragione, la parola: «Eternità». Una libertà irraggiungibile attraverso la stessa fredda razionalità che lo tiene prigioniero.
Nel frattempo Gerda, che non si è data pace della sua scomparsa, si è messa in viaggio per cercarlo. Attraverso fiumi, dentro a giardini incantati, covi di briganti, prove e tentazioni, restando sempre fedele al proprio cuore, senza paura. Quando raggiunge Kay, intento a districare il suo irrisolvibile Tetris metafisico, l’amico è ormai bluastro, pronto a trasformarsi in statua. Gerda gli si getta al collo e piange di gioia. Le sue calde lacrime sciolgono il ghiaccio nel petto dell’amico, che piange a sua volta facendo uscire la scheggia diabolica dal suo occhio e, di conseguenza, dal suo cuore. Ai loro piedi, i frammenti di ghiaccio si muovono e, miracolosamente, compongono la parola magica: «Eternità». Ciò che la fredda razionalità non poteva creare, il calore del sentimento realizza. Kay è libero e, una volta tornati a casa, i due amici si scopriranno adulti.
La Regina delle Nevi non è altro che quella tentazione, che ci assale a volte nella vita, di barattare la sofferenza con la falsa anestesia della distanza emotiva e con la rassicurante apatia del gelido rifugio di un’inespugnabile fortezza emotiva, per difenderci da un dolore insopportabile. Ci illudiamo che diventare di ghiaccio, imperturbabili e insensibili, sia l’unico modo per non frantumarci. Ma la difesa si trasforma in una prigione, nella quale cercheremo, inutilmente, di ricomporre i pezzi della nostra esistenza. La salvezza, ci ricorda Andersen, sta nelle lacrime di quella Gerda che vive in noi e che, impavida, ostinata, fiduciosa e incorruttibile, ci viene in soccorso per consegnarci all’insondabile verità: che quell’Eternità che Kay cercava inutilmente nel ghiaccio attendeva, per rivelarsi, il calore del sentimento più puro, unico vero biglietto per l’Assoluto.




