Opinioni

Famiglia, entità viva che attraversa il tempo e conosce il cambiamento

Passeggiando nelle Highland scozzesi viene inevitabile riflettere sul senso del clan e di quei fili silenziosi che legano le persone ben oltre le parole
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Una famiglia scozzese a Balmoral
Una famiglia scozzese a Balmoral

Nelle brughiere sferzate da un vento impetuoso, impregnato di torba, erica e sa Dio quali altri meravigliosi profumi, fra le colline delle Highlands scozzesi par di sentirli i motti dei clan, levarsi al cielo, scanditi come giuramenti: «Hold Fast!», «Je suis prest!», «Ne obliviscaris», «Luceo non uro». «MacDonald!», «Campbell!», «Fraser of Lovat!», «Sinclair!». Non semplici cognomi. Reti di lealtà, doveri, protezione e, soprattutto, di appartenenza. In Scozia più che altrove l’individuo era ed è il clan ed il clan una costellazione resiliente di legami profondi. E questa mediatrice familiare del ventunesimo secolo non può non emozionarsi mentre si aggira, novella Outlander, fra le rovine di castelli emersi dalle brughiere, fra le case di torba, avvertendo il senso profondo e antico del sopravvivere, imperterrita e ostinata come la terra che l’ha generata, di quella rete sistemica che per lei è prospettiva del reale.

Ivan Boszormenyi-Nagy ha chiamato «lealtà invisibili» quei fili silenziosi che legano le persone ben oltre le parole, ben oltre la coscienza. Il clan è esattamente questo. Non serve firmare nulla: il legame è scritto nel nome che si porta, nel tartan che si indossa, nel motto che si declama con onore nella terra sulla quale si è nati. Anche i confini familiari, così centrali nella terapia sistemica, nelle Highlands appaiono nitidi come i profili delle montagne.

Esiste un «noi» ben definito e un «loro» altrettanto chiaro. Il clan protegge, accoglie, ma stabilisce anche, senza ambiguità, chi può entrare e chi resta fuori. I matrimoni, ridisegnano confini, consolidano alleanze, ricompongono antichi conflitti. Un delicato lavoro di mediazione, negoziato molto prima che questa professione ricevesse un nome ed un regolamento. La ritualità, il lutto, la sepoltura sotto la stessa pietra tombale e sotto la stessa pioggia, ogni passaggio è accompagnato da gesti simbolici che aiutano il sistema a riorganizzarsi senza spezzarsi.

Un bambino con il kilt scozzese
Un bambino con il kilt scozzese

Oggi la sistemica conosce bene quanto i rituali facilitino l’elaborazione del cambiamento, allora, quei gesti costituivano semplicemente il linguaggio attraverso cui la comunità riconosceva e sanciva nuovi equilibri. Non c’era bisogno di parole, libri, interpretazioni e teorie, semplicemente accadeva. La memoria transgenerazionale, nelle Highlands, viveva nei racconti dei bardi, nelle genealogie recitate a memoria, nei cognomi incisi nelle pietre commemorative disseminate ovunque nella brughiera, nelle storie narrate attorno al fuoco quando fuori infuriava la tempesta. Non si trattava tanto dell’idea che il passato determinasse magneticamente il presente, quanto della consapevolezza, profonda e sanguigna, di appartenere ad un patrimonio di significati.

Il clan ci ricorda che nella famiglia non esistono individui senza sistema, non esistono conflitti senza storia, non esistono famiglie senza le lealtà visibili o invisibili che le tengono insieme (o che le fanno a pezzi). Le Highlands, con pioggia sferzante e i motti gridati al vento, con la forza delle pietre ruvide e solide attestano che «famiglia» non è mai soltanto un insieme di individui ma una rete, un’entità viva che parla attraverso il tempo e accompagna, che vive di memoria e cresce solo quando riesce ad affiancare alla fedeltà del sangue, il coraggio del cambiamento. Sapere da dove si proviene in fondo, spesso, aiuta a comprendere il proprio posto nel mondo.

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