La giraffa e lo sciacallo

L’Attonita, il ritratto di chi vede incrinarsi la propria idea del mondo

Lo sguardo perso di una giovane influencer davanti alla devastazione della sua attività durante i recenti saccheggi di Parigi
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Una via di Parigi dopo gli scontri - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Una via di Parigi dopo gli scontri - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Sono tante le opere d’arte che riproducono emozioni. Picasso ci ha regalato «The Weeping Woman» (o «La Femme qui pleure», la donna che piange); Munch ci ha consegnato «L’urlo»; Francis Bacon, «The Head VI»; Artemisia Gentileschi Giuditta che affonda la spada nel collo di Oloferne. Pianto, angoscia, claustrofobia, violenza. Noi abbiamo lei: questa giovane influencer ed attivista parigina (vagamente somigliante alla «Ragazza con l’orecchino di perla» di Vermeer), lo sguardo perso davanti alla devastazione della sua attività durante i recenti saccheggi di Parigi.

Non ha ancora un titolo questa iconica immagine (che ormai ha fatto il giro del mondo). Io la chiamerei: L’Étonnée, L’Attonita. «Perché fate questo? Non è ciò per cui lottiamo!», dice nel video. Una voce replica: «Ci hai votato tu!». Colpisce la sua incredulità. Che non è lo stupore di chi assiste ai disordini ma quello di chi vede incrinarsi un’intera rappresentazione personale del mondo.

I Greci la chiamavano anagnòrisis, agnizione. Quel momento, della tragedia, in cui tutto, improvvisamente, si disvela. La ragazza ha appena scoperto che le idee non obbediscono necessariamente alle intenzioni di chi le ha pensate e che avere buone intenzioni non mette al riparo dalle conseguenze. Un po’ come insegna Dennis Wholey quando dice: «Sperare che il mondo ti tratti bene perché sei una brava persona è come pensare che un toro non ti attaccherà solo perché sei vegetariano».

Una civiltà che ha messo al centro i deboli ha compiuto indubbiamente una conquista morale straordinaria ma la stessa conquista si trasforma in caricatura quando la compassione diventa un lasciapassare e la responsabilità viene attenuata in nome di una sorta di immunità morale preventiva. Hannah Arendt ci aveva avvertito del pericolo che si nasconde quando la compassione, trasferita dalla sfera personale a quella politica, pretende di dettare da sola le regole dell’azione.

E così L’Attonita, quadro su pixel, ottobre 2026, gli occhi smarriti, a tu per tu con la realtà, nella sua piccola agnizione in mondovisione, ci insegna che quelle che Rob Henderson ha definito luxury beliefs (convinzioni di lusso che conferiscono nobiltà a chi le proclama) non annullano le conseguenze negative a carico delle classi sociali più deboli che poi, spesso, presentano il conto, indistintamente, anche contro chi li ha protetti. Non possiamo sapere che cosa rappresenterà davvero nella vita di quella giovane donna l’attimo catturato dalla telecamera.

Possiamo però riconoscere gli esiti di una frattura fra la vita ideale e quella reale. La realtà richiede un’empatia adulta, capace di prevedere le conseguenze, di accettare che un limite non diventa necessariamente un atto di ostilità, che la misericordia senza giustizia rischia di diventare complicità tanto quanto la giustizia senza misericordia diventa crudeltà. Perseguire il bene resta la scelta giusta ma non ci rende innocenti a prescindere. Proprio per questo occorrono scelte lucide, non pose da esibire pensando di avere crediti morali da riscuotere. Un cammino che esige responsabilità ed il coraggio di porre limiti e confini. L’Attonita 2026, nella sua sincera, tenera trasparenza emotiva, ci insegna che non sempre basta mettersi dalla parte dei buoni per stare dalla parte del bene.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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