L’inconscio dirige la nostra vita e noi lo chiamiamo destino?

Appeso davanti ad un ponte sospeso tra il buio della morte e la luce della rinascita c’è un cartello con alcune domande. Non sono obbligata né a leggere il cartello né ad attraversare il ponte, ma so che, se lo farò, potrebbe accadere qualcosa di inaspettato perché è Pasqua, dall’ebraico Pesach, passaggio. Sono pronta? Un profondo «sì» mi affiora dentro. Leggo. Le domande non sono gentili, anzi, mi mettono in croce e mi costringono a guardarmi dentro. D’altronde le ho evitate troppo a lungo non perché facessero rumore, ma perché sapevo che avrebbero smosso tutto.
La prima è quasi innocente: in quale parte della tua vita stai recitando un ruolo? Non serve pensarci troppo. Il corpo lo sa: è in quel sorriso che arriva troppo veloce, in quel «sto bene» detto senza respiro. È lì che inizio a perdermi: nel punto esatto in cui scelgo una maschera invece della verità e, così facendo, non solo creo distanza dagli altri, ma mi allontano da me stessa.
Il secondo quesito mi inchioda: cosa accadrebbe se il tuo dolore sparisse? «Che domanda è? Non mi diverto certo a soffrire» insorgo. Eppure, senza accorgermene, mi sono aggrappata alle mie ferite facendole diventare la mia identità. Mi interrogo: senza quel dolore, chi sarei? Sembra una domanda sul passato, ma riguarda il futuro: la mia paura di essere veramente libera.
A cosa ti serve essere come sei ora? Questa terza sollecitazione non accusa, rivela. Ogni mia modalità di essere, anche quella che non sopporto, in realtà mi serve. Mi protegge. Mi giustifica. E finché non la vedo, resto. Non perché non posso cambiare, ma perché, in fondo, non sono ancora pronta.
Il quarto interrogativo è un taglio netto: quale paura ti rifiuti di guardare? Ciò che cerco di rimuovere non se ne va da solo: abita le scelte che non faccio, le strade che evito, le persone che allontano. Mi guida e, più lo nascondo, più decide. Come diceva Jung: finché non rendo conscio l’inconscio, esso dirigerà la mia vita e io lo chiamerò destino. Sto davanti al mio dolore. Fa male, ma meno che vivere una vita costruita per non sentirlo.
Leggo l’ultima riga: chi sei quando nessuno ti guarda, quando cadono ruoli e approvazioni, quando non devi più dimostrare niente? Tutto crolla, eppure qualcosa resta. All’inizio è fragile, quasi impercettibile, poi prende forma. È il mio vero Sé. E lì, nel silenzio di «Chi sono», smetto di recitare e inizio, finalmente, a sentire. A esistere.
Attraverso il ponte. Una dopo l’altra cadono le illusioni, le identità, le difese. Ogni risposta non aggiunge: toglie. Ogni verità scava, finché non resta più nulla. E lì, nel punto esatto in cui finisco, accade qualcosa che non si può spiegare: mi incontro. Il sepolcro di ciò che sono stata si apre in silenzio e ciò che emerge non è perfezione, ma verità. Fragile. Viva. Ora capisco: lasciar morire chi ero per essere «Chi sono» non è un obbligo e nemmeno un destino. È un passaggio. Pesach. Pasqua. La mia Pasqua. Un passo nel vuoto. Un passo che mi spoglia. Un passo che mi lascia nuda. Nuda presenza. Non mi giustifico. Non mi nascondo. Mi riconosco. E, in questo riconoscermi, finalmente, sono. Io sono.
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