La bellezza nel quotidiano

Siamo diventati pesantemente seri?

L’infanzia non è l’origine, ma la destinazione del nostro percorso evolutivo. L’atto conclusivo
Bianca Brotto

Bianca Brotto

Commentatrice

Bianca - Foto Margherita Brunelli
Bianca - Foto Margherita Brunelli

Ugo è un bambino che fa fatica a seguire le regole. A nulla valgono le sgridate e i castighi degli adulti. L’argomento salta fuori in macchina mentre Margherita e Bianca stanno viaggiando a bordo di una Panda.

«Ugo è un po’ monello» esordisce Margherita. La risposta di Bianca è immediata: «Non è monello. È piccolo». Margherita: «Ci vuole pazienza con un bambino così». Bianca ci pensa un po’ prima di rispondere decisa: «No, non ci vuole pazienza. Bisogna avere cura. Quando nasce un bebè la mamma non ha pazienza, la mamma ha cura di lui. Anche i bambini grandi devono aver cura dei piccoli, perché sono piccoli». Bianca è un fiume incontenibile di parole e continua per tutto il viaggio, con vari esempi, a ribadire il concetto che le sta a cuore.

Qualche giorno prima, mentre le due stavano passeggiando in un prato, Bianca aveva decantato la meraviglia di quel panorama facendo notare a Margherita l’intensità dell’azzurro del cielo, le montagne innevate, gli abeti e, in quell’occasione, il suo commento era stato: «Pensa che ci sono bambini così poveri che non vedono niente». Con quella frase Bianca non si riferiva a chi non vive in Valtellina o non ha mezzi economici per andare in montagna, ma alla povertà di coloro che, al cospetto di Madre Natura, non hanno occhi pieni di stupore.

In tema di animali che vanno in letargo Bianca ha scoperto le chiocciole «che scavano un buchino sottoterra e si chiudono nel loro guscio attaccandosi tutte insieme con la saliva». Margherita: «Quali altri animali vanno in letargo?» Bianca: «Le marmotte, l’orso, il gelataio». «Il gelataio?» «Sì, non hai visto che in inverno non viene più con il suo carretto davanti all’asilo?»

Ha quattro anni, Bianca, e sta esplorando il mondo. In chiesa, davanti agli affreschi dipinti dal suo trisavolo, osserva le colombe fra Gesù e Giovanni Battista e, con voce squillante, chiede a Margherita, sua giovane nonna: «Ma quei due, le colombe, le hanno poi fatte allo spiedo o le hanno mangiate a Pasqua con lo zucchero sopra?» L’ultima scoperta l’ha fatta in bagno: «Hai notato che se fai la pipì puoi sorridere, ma con la cacca no perché devi spingere?». Mi chiedo: noi adulti siamo capaci di ritrovare la seria concentrazione e la saggezza di quando sapevamo giocare con ogni anfratto d’esistenza o siamo diventati solo pesantemente seri?

Riccardo Geminiani nel libro «Il segreto è tornare bambini» spiega che l’infanzia «è il periodo della vita in cui siamo quasi completamente identificati con la nostra anima, il momento di massima vicinanza al Divino. L’infanzia – racconta al microfono di Maria Castana – non è quindi l’origine, ma la destinazione del nostro percorso evolutivo. L’atto conclusivo.

La nostra piena realizzazione passa dal recupero dello Spirito infantile. Tornare bambini permette infatti a un adulto di riaccedere con consapevolezza a quello stato di grazia fatto di stupore, magia, innocenza, purezza, libertà, creatività, intuizione, istinto, genialità, fiducia, presenza, forza, vitalità, gioia, amore, bellezza» e ci ricorda altresì che possiamo essere contenti senza motivo per il semplice esistere. E che possiamo ridere. Molto di più.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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