La bellezza nel quotidiano

Siamo amici o cassonetti dell’immondizia?

Il lamento sterile è un rifiuto che va smaltito a caro prezzo perché fa solo male
Bianca Brotto

Bianca Brotto

Commentatrice

«Non va affatto bene». La voce di Lorena è bassa, come la direzione del suo sguardo, mentre sciorina una sequela di difficoltà: il lavoro, la famiglia, la casa, la salute. Mentre lei affoga nel proprio monologo, mi chiedo se questo eterno lamentarsi, o l'ascoltare l'ininterrotto coro di sproloqui altrui, serva davvero a qualcosa.

Etimologicamente, «lamento» deriva dal latino lamentum (piangere, gemere) e condivide la radice con clamentum (chiamare). Il piagnucolio reiterato è, in fondo, il richiamo di chi si è affezionato al ruolo di vittima: non cerca soluzioni, ma pretende l’attenzione di qualcuno disposto a farsi «cassonetto» per accogliere i propri scarti emotivi. È un lamento sterile che non giova: alimenta un dialogo interiore distruttivo in chi lo produce e inonda di tossine chi lo riceve. Per questo va fermato. Diverso è lo sfogo propositivo: non un monologo, ma un confronto che cerca nell’altro uno specchio per una comprensione più profonda di sé.

L’analogia non è delle più profumate, ma proviamo a immaginare la differenza tra lo stallatico maturo e il letame fresco. Il primo, se sparso in un campo, è prezioso come lo sfogo costruttivo; è stato decomposto dal tempo e dalla consapevolezza e, ricco di nutrienti derivati dalle lezioni apprese, fertilizza il suolo nobilitando il terreno dell’esistenza. Al contrario, il lamento sterile è un rifiuto che va smaltito a caro prezzo perché fa solo male; se sparpagliato a terra, infatti, brucerebbe le piante, ovvero l’energia di chi ascolta, a causa dell’alta concentrazione di ammoniaca, i pensieri tossici, e del calore generato dalla fermentazione putrida del borbottio interiore.

Intendiamoci: tutti produciamo scorie. Ogni evento quotidiano innesca un ciclo fisiologico simile alla nutrizione: ingerire, digerire, espellere. Se la bocca introduce cibi indigesti (ferite, delusioni, fallimenti) e lo stomaco non li elabora, l’organismo si ammala. Se invece osserviamo e accettiamo ciò che arriva, la digestione non si blocca e la consapevolezza trasforma i traumi in nutrienti ed energia vitale.

Il problema, dunque, non sono gli scarti che produciamo, ma l’uso che ne facciamo. Se li portiamo a maturazione, diventeranno concime per il nostro domani; se invece li trattiamo come pesi da scaricare addosso agli altri, finiremo per pagare una «TARI dell’anima» sempre più onerosa.

Come stiamo elaborando il cibo della nostra quotidianità? Digeriamo i fatti per trarne insegnamenti o cerchiamo complici-cassonetto ai quali recapitare a badilate la nostra spazzatura interiore?

Un versetto del Salmo 30 recita: «Hai mutato il mio lamento in danza». Trasformare il dolore in movimento è possibile, ma richiede il coraggio della metamorfosi. È la scelta tra restare lombrichi o diventare farfalle. Il lombrico scava nel fango, masticando e rimasticando il passato per sopravvivere; la farfalla, invece, spacca il bozzolo per inventarsi il futuro… perché la vera differenza non sta nella bellezza delle ali, ma nel coraggio di smettere di strisciare per imparare a volare oltre le proprie macerie.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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