La bellezza nel quotidiano

Convivere con ciò che ci muore dentro mentre siamo ancora vivi

Alcune lacerazioni esigono più di una semplice attesa: richiedono ascolto, osservazione, delicata accoglienza e, talvolta, il coraggio di lasciarle andare
Bianca Brotto

Bianca Brotto

Commentatrice

Convivere con ciò che ci muore dentro mentre siamo ancora vivi - © www.giornaledibrescia.it
Convivere con ciò che ci muore dentro mentre siamo ancora vivi - © www.giornaledibrescia.it

Sono pesi nascosti, presenze silenti le morti interiori che gravano sul nostro cuore. Spesso preferiamo ignorarle coprendole di pensieri arruffati, schermi da fissare o emozioni qualsiasi. Pur di riuscire a stare a galla tra i flutti del destino, vanno bene tutte, le fughe, anche quelle grevi che scaturiscono dalla rabbia e quelle leggere degli appagamenti momentanei.

Ma lentamente, in questo continuo anestetizzarci, i drammi che il nostro inconscio custodisce continuano a percuoterci come onde che si insinuano violente tra le pieghe di un sorriso.

Questi pezzi rotti di noi che la nostra mente pesca nel silenzio di una notte insonne provengono da persone perdute, aspettative tradite, relazioni ustionanti, sogni infranti, lutti indelebili e mentre la bellezza del cielo e della terra ci cinge nel suo abbraccio d’amore sconfinato, noi procediamo sempre più affaticati dalla valigia pesante che continuiamo a trascinarci dietro perché separarcene sembra impossibile.

E allora avanti, giorno dopo giorno, sperando nella cura del tempo che non sempre, tuttavia, è efficace. Alcune lacerazioni esigono più di una semplice attesa: richiedono ascolto, osservazione, delicata accoglienza e, talvolta, il coraggio di lasciarle andare. È un processo di integrazione.

Non si tratta di guarire in fretta, ma di allenarci con pazienza e compassione a convivere con le parti di noi che si sono spente senza lasciarle morire del tutto, ma rendendole parti vitali della nostra crescita. Si tratta di imparare a camminare con un fardello sulle spalle trovando un nuovo equilibrio; è un percorso, questo, che richiede tempo e rispetto, ma che ci permette di essere più autentici, più aperti al patire altrui, più consapevoli di ciò che conta davvero e di chi realmente siamo.

Non è facile. Spesso sentiamo di dover mostrare agli altri una maschera rassicurante mentre dentro ci sentiamo smarriti, ma è proprio in questa fragilità che si cela la nostra forza più autentica: il coraggio di essere vulnerabili e di accogliere le ferite come parte dell’esperienza umana.

In questo continuo viaggio tra lacrime e sorrisi impariamo che non siamo solo il nostro passato, ma anche la capacità di reinventarci creando qualcosa di nuovo che origina dai nostri lutti interiori. Non è un dimenticare, il nostro, ma un trasmutare materia emozionale annaffiando un germoglio che, nato da una terra arida, porta in sé il ricordo di ciò che è stato e la speranza di ciò che potrà essere.

Lungo la strada scopriamo dunque che esistere non significa solo respirare, ma anche accogliere amorevolmente ciò che ci muore dentro mentre siamo ancora vivi coltivando altresì il nostro cuore che ancora pulsa, fragile e potente insieme.

In questa accettazione della nostra storia risiede la vera libertà: la libertà di essere completi anche con le cicatrici invisibili, la libertà di continuare a camminare verso un domani che possiamo ancora creare, la libertà di diventare, nonostante e grazie al nostro soffrire, ciò che siamo destinati ad essere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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