Ci sono storie che scuoiano la coscienza più di altre. Che accendono i riflettori sulla provincia nascosta, che puntano la lente sul sottobosco dell’umano. E che nel silenzio della notte fanno pensare: «Se fosse successo a me?». Il suicidio del 14enne Paolo Mendico la notte prima di tornare a scuola racconta il dolore e la solitudine di un ragazzo bullizzato ma anche il nostro mondo. Fatto di muri e di gabbie, di etichette, di emarginazioni.
È una società che in apparenza si mostra tollerante ma che non accetta il diverso. Oggi più che in passato. E allora quei capelli lunghi, la passione per la musica suonata, la pesca e la sensibilità diventano i motivi per gettare addosso la carta dello scherno. Una carta rischiosa, a quell’età anche letale. Come poteva essere compreso e accettato Paolo in questo mondo di algoritmi, finzioni e frasi fatte che regola le gare quotidiane del dell’omologazione? E se non sei come noi «fai schifo».
Perché è questo ciò che prova chi non accetta il diverso. E allora sei costretto a vivere in rincorsa, a svegliarti con l’angoscia dell’umiliazione, sei fuori dalla società. In fondo è una delle storie più vecchie del mondo. Di Paolo ne esistono tanti. Alcuni l’hanno scampata, grazie al senso d’appartenenza, ai diversi come loro, anche grazie alla fortuna. Altri sono rimasti schiacciati.



