Tra minacce apocalittiche e missioni spaziali

È stata una settimana strana. C’è stata persino una notte in cui dal divano abbiamo aspettato l’ora in cui «un’intera civiltà morirà». Anche i notiziari del mattino parevano soffrire di schizofrenia: un occhio guardava al dito che indicava la Luna, un altro alla terra incandescente. Al cielo e all’inferno.
Mentre i quattro astronauti della missione Artemis II coi loro corpi facevano la storia, mentre inviavano le prime foto mai scattate del lato oscuro della Luna, mentre immortalavano la Terra dalla stessa prospettiva del 1969, su questo strambo pianeta i suoi stessi abitanti paventavano lo sterminio.
Sarà retorica, ma a nessuno è sembrato di assistere ad uno dei più grandi contrasti simbolici dell’era contemporanea? Mentre l’uomo continua a scoprire l’universo e si guarda da lontano, su questo pianeta che abbiamo preso in prestito riecheggia in mondovisione che «una civiltà sarà cancellata».
C’è chi si è svegliato andando subito a controllare. La cancellazione di una civiltà è un concetto pesante da sostenere, che soltanto il contraccolpo agli orrori di 80 anni fa era riuscito a relegare nell’armadio della vergogna. Fino a qualche anno fa sentirlo dalla voce di un presidente era un’immagine oltre ogni distopia. Ma in fondo ci stiamo abituando a tutto. Abbiamo barattato anche il dolore alla festa della fine della gioventù.
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